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Elisa

Si buttò sul divano, quello più appartato in fondo al baretto quasi come fosse infiacchito da una delle tante giornate di lavoro in fabbrica ma ormai l’avevano mandato via già due anni fa, per cattiva condotta avevano scritto sulla lettera. Aveva mandato a fanculo il capo-reparto che gli aveva dato dell’irresponsabile, per dieci minuti di ritardo. Divaricò le gambe. Il collo rilassato sullo schienale scolorito di velluto blu mentre fissava in alto i granelli di polvere che si libravano concentrici sul fascio di luce nell’aria che veniva dallo stretto lucernario sul muro, sopra la sua testa. Abbassando lo sguardo si accorse che aveva un buco sui jeans, proprio in mezzo alle gambe. Pensò di avere il cazzo così grosso che il pantalone non riusciva a contenerlo. Gli scappò una risata tra i denti.
– Che c’hai da ridere, Tonì? Stai di buon umore oggi? – fece il barista dietro al bancone, un ragazzetto magro con gli occhi scavati e rotondi che gli ricordavano quelli della mamma sul letto di morte.
– Te l’ho mai detto, Carmine, che assomigli a mia madre? – disse Tonino, sarcastico – c’hai la stessa forma degli occhi. Erano belli gli occhi di mia madre. Il ragazzo annuì, abbozzando un sorriso compiaciuto.
– Ma non è che sei diventato ricchione Tonì? – fece l’occhiolino. Aveva le ciglia nere e lunghe.
– Non fare lo stronzo. Di certo non ti rubo il mestiere! Sto aspettando la mia ragazza.
– E dimmi, dimmi un po’… lo sa questa ragazza che sei uno sfigato? Che non hai un soldo in tasca? A proposito, mi devi ancora cento euro.
– Lo sa. Ma mi ama lo stesso. I soldi domani te li do.
Carmine tornò serio continuando in modo stizzito a pulire davanti a lui il piano di granito con lo straccio. Tonino buttò l’occhio sull’orologio quadrato appeso vicino all’album con la firma finta di Freddy Mercury che Carmine aveva sempre spacciato per vera. Raccontava a chiunque passasse di lì come era riuscito ad averla. Ogni volta una storia diversa. Era divertente romanzare il fatto, che l’aveva incontrato sì, una sera in un hotel in Germania dopo un concerto, e che se l’era pure scopato ma questi dettagli era meglio non farli sapere. Comunque, Tonino non gli aveva mai creduto. Quello, dal paese sperduto dove stavano non si era mai mosso. Era passata già mezz’ora e della sua ragazza ancora niente. Cacciò sul tavolino una fotografia fatta tanti anni fa con lei con l’autoscatto sul laghetto a pochi minuti da casa. Si erano appena conosciuti. Una donna bellissima, i capelli rossi e ramati come il sole invernale, quasi africano, prima che viene giù la sera. Le sue lentiggini lo facevano impazzire. Si metteva lì a contarle dopo il sesso alla mattina presto mentre teneva l’altra mano al caldo tra le cosce di lei ancora bagnate.
– Carmine, dammi una birra per piacere. Mentre gli portava il boccale grande, la porta di vetro si aprì e subito Tonino si raddrizzò sullo schienale buttando un’occhiata all’ingresso. Un uomo e una donna si accomodarono al tavolino chiedendo due caffè.
– Ma sei sicuro che viene questa?
– Si chiama Elisa. – risponde Tonino, un poco agitato. Avvicinandosi, Carmine fissava la fotografia curioso. Il grembiule scivolava sulle gambe dell’altro.
– Secondo me ti ha appeso. – Non mancava occasione perché Carmine lo provocasse. Tonino lo guardò arricciando la bocca come a trattenere la rabbia. Avrà finito di lavorare tardi, pensava. Poveretta, stava ancora in sartoria a racimolare soldi per lei e per lui. Per la loro vita insieme. Volevano sposarsi. Fare dei figli. Almeno tre. Accidenti, erano passate due ore e ancora non si era fatta viva. Provò a chiamarla sul cellulare, sempre spento oppure non raggiungibile. Eppure gli aveva dato appuntamento proprio qui. Non poteva aver sbagliato l’orario perché era scritto sul foglietto che aveva in tasca. Cacciò anche quello appoggiandolo accanto alla fotografia. Quanto era bella… bastava un suo sorriso e gli uomini cadevano ai suoi piedi. Eppure lui era caduto ai suoi piedi giurandole amore eterno. Intanto si era fatto buio. Il barista spingeva giù la saracinesca del negozio fino a bloccarla a metà.
– Devo chiudere Tonì. Vai a casa, vatti a riposare che per oggi hai bevuto pure abbastanza – fece Carmine, quasi supplicandolo. Lo prese sotto braccio che barcollava, accompagnandolo all’uscita che dava sullo stradone.
– Ma devo aspettare Elisa!
Carmine, con uno sforzo eccessivo per i suoi muscoli flosci e mezzi intorpiditi dall’inattività dell’intera giornata – poche persone frequentavano il baretto, era soprattutto per gente di passaggio – , chiuse l’altra metà dell’avvolgibile.
Nella quiete, campeggiavano le luci bianche dei lampioni. Una sottile nebbiolina cancellava l’altra parte della strada mentre Tonino se ne stava lì a scrutarla con la certezza che la donna stesse per andargli incontro. Per un attimo quasi gli parve di vedere il riverbero della sua testa rossa nel bianco della foschia. – Vai a letto, – ripeteva Carmine, trattenendolo di nuovo per il braccio, – magari Elisa verrà domani. L’aspetteremo insieme.

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