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Fausto Rampazzo: “La scrittura rappresenta una lunga seduta psicoanalitica”

Ho conosciuto Fausto Rampazzo molti anni fa e mi ricordo che mi piaceva moltissimo un suo racconto su un autista pazzoide che ammazzava gatti, o qualunque fosse davvero la storia, mi ricordo che mi piaceva molto il suo modo di scrivere, la sua bravura nel descrivere un’ossessione, nel renderla verosimile e accettabile, anche se probabilmente pochi lettori farebbero quello che fa il protagonista di quella storia. Eravamo in un corso di scrittura e si capiva che Rampazzo aveva le qualità che servono per scrivere un romanzo. Infatti, dopo una gestazione non facile e lunga, pubblicò nel 2009 con l’editore Bompiani un’opera notevole: Don Giovanni Light. Adesso ritorna in libreria con La Coreografia del dubbio, un romanzo apparentemente molto diverso, ma i cui temi per certi versi sono contigui a quelli delle sue prime opere, c’è sempre l’ossessione, ci sono sempre personaggi in lotta con la propria morale. In più, stavolta, la storia immaginaria (ma con solide basi nella realtà) si mescola a quella vera, perché Rampazzo coinvolge nella sua avventura un bravo e coraggioso reporter italiano di Radio Radicale, ucciso nei pressi della città di Tbilisi, in Georgia, Antonio Russo. Vale la pena fargli qualche domanda, no?


Un nuovo romanzo a dieci anni da Don Giovanni Light, o io ti ho perso di vista o non hai scritto nient’altro, tranne racconti. Come mai, la forma romanzo ti aveva stufato?
Non ho mai abbandonato la forma romanzo. Ma, come ho scritto in un post, La coreografia del dubbio ha avuto una fase di gestazione e pubblicazione molto travagliata. Sono passato attraverso non so più quante stesure, arrivando a tagliare quasi la metà del romanzo, e vagabondato tra almeno tre agenzie letterarie che lo avevano preso in carico, passando attraverso una serie di coincidenze negative che non sono però mai riuscite del tutto a scoraggiarmi. Ma le coincidenze non esistono, mentre una legge universale sancisce che esistono soltanto delle cause che producono effetti. Io ne ho individuate almeno due, entrambe credo di un certo interesse per gli allievi di un corso di scrittura.
La prima risiede nel fatto che, dopo aver  pubblicato con Bompiani, deve essersi insinuata in me la convinzione che per continuare a scrivere buoni romanzi sarebbe stato sufficiente sedermi al computer e riempire due o trecento pagine o più. Così ho fatto, e quello che ne è uscito fuori non era un buon romanzo. Semplice. Ho dovuto subire un’infinità di rifiuti e tornarci e ritornarci sopra per anni, alla ricerca dell’ispirazione che avevo trovato per la stesura del primo. L’ispirazione, o meglio quella particolare lucidità  di penetrazione, risultato di uno sfibrante esercizio di rilettura, riscrittura, meditazione, attraverso il quale consentiamo all’inconscio di risalire a galla e indossare il più seducente degli abiti che siamo riusciti a confezionargli. Per quanto mi riguarda, la scrittura rappresenta una lunga seduta psicoanalitica.
La seconda ha invece a che fare con la sottovalutazione dell’aspetto del marketing. E, quindi, di tutto quello che ha riguardato la promozione del primo romanzo e la creazione del mio personaggio di scrittore. Il lettore deve avere un buon motivo per acquistare un libro, e la stima o l’empatia con l’autore possono risultare anche più importanti della qualità dello scritto. Io, per snobismo o forse per un’antiquata idea romantica dello scrittore disinteressato alle vendite, ho pensato che il volume esposto in qualche scaffale potesse bastare ad attrarre lettori, e ho commesso un errore. Vedi, per scrivere bisogna possedere un ego molto forte. E, mentre scrivo, il mio è molto ampio. Ma al momento di proporre quanto ho prodotto praticamente si azzera. Tutt’ora, lo considero il mio tallone di Achille.

La coreografia del dubbio racconta la storia di una sorta di agente mandato sulle tracce di Antonio Russo, il giornalista di Radio Radicale ucciso a Tbilisi in Georgia nel 2000. La prima domanda è quella che ti avranno fatto in tanti, perché?
Il personaggio del protagonista mi è stato ispirato dalla lettura dei saggi di John Perkins, che da insider ha descritto il mondo dei cosiddetti sicari dell’economia, oscuri personaggi che si muovono all’ombra di multinazionali e intelligence per  favorire lo sviluppo dell’impero americano (ma di certo non sono una prerogativa esclusiva degli Stati Uniti). E, quando mi sono messo alla ricerca di un aggancio a un evento reale, un appiglio che collegasse le vicende del protagonista alle tensioni tra Est e Ovest  e allo sconcerto di almeno due  generazioni, culminato con la fine del secondo millennio, mi sono imbattuto in Antonio Russo, la cui morte è avvenuta proprio nell’Ottobre del duemila, e mi è sembrato perfetto. Era esattamente quello che stavo cercando.
Non so dirti con precisione cosa mi abbia spinto a usare il personaggio reale invece di crearne uno ispirato alla sua figura, come da più parti mi è stato via via consigliato. Anzi, la presenza del vero Antonio e dei possibili problemi legali devono aver scoraggiato più di un editore. Ma, alla fine, sono contento di aver seguito il mio istinto.


Il protagonista della storia, Michele, è un uomo tutto sommato convinto di essere a posto, solo che – incontrando Russo – sente la consapevolezza della propria mediocrità, anzi peggio, del proprio destino, della propria identità, diciamo così: sgradevole.
Joan, il suo capo, così descrive le loro attività: «Indossiamo buoni abiti, professiamo l’altruismo, parliamo con la stampa delle meravigliose opere umanitarie che stiamo compiendo», ma che nascondono gli affari più sporchi. Il tuo romanzo voleva essere una critica molto dura dell’ipocrisia che regna dietro a certe iniziative “benefiche”?

Le cosiddette iniziative “benefiche” sono soltanto uno degli aspetti del grande bluff, della favola che da una parte ci si ostina a propagandare e dall’altra a considerare reale, nonostante le pressoché sconfinate prove contrarie. Di voci fuori dal coro ce ne sono molte e  anche molto autorevoli. Tuttavia,  la camera iperbarica in cui vengono  puntualmente sterilizzate, quando non addirittura fisicamente eliminate,  riesce sempre a confinarle al ruolo delle candele che accendiamo, prima di tornare a occuparci dei nostri affari. Ma non è un problema specifico della politica: riguarda la religione, il mondo del  lavoro, la standardizzazione dei rapporti umani, affetti compresi. E allora il compito dello scrittore è appunto quello di instillare il dubbio, di mettere a nudo.


Descrivi con credibilità, mi pare, ambienti ed atmosfere internazionali. Tutto inventato? In che modo ti sei documentato?

Guarda, il lavoro di documentazione, sempre necessario ma inevitabile in romanzi come questo, è una fase che mi stimola e mi arricchisce. Non sai mai bene dove vai a parare e finisci per acquisire nozioni di cui non ti saresti magari mai interessato. Tanto per fare un esempio, per scrivere qualche scena con le armi ho letto una gran quantità di descrizioni di pistole e di tecniche di smontaggio e rimontaggio che ho utilizzato solo in minima parte. In rete esiste ormai praticamente tutto. E libri, articoli, film e documentari possono davvero ampliare il nostro sguardo sul mondo. Per quanto invece riguarda la figura di Russo è stato più difficile, non esiste una gran letteratura su di lui. Per fortuna le registrazioni su Radio Radicale (non so se ancora in linea) e le ricerche negli archivi delle riviste mi sono state di grande aiuto. Senza dimenticare il film Cecenia, in cui Russo è interpretato dal grande Gianmarco Tognazzi.

Intanto la vita del protagonista si alterna a quella della figlia Nicole e di quello che succede a Roma. Un mondo sporco sia a Est che a Ovest?
Non credo a vera una distinzione tra Est e Ovest. Io parlo della ricerca del profitto e del benessere di pochi a scapito di molti. Di manipolazione. Ma anche di inadeguatezza, debolezza, smarrimento, sentimenti di cui tutti abbiamo esperienza ma che appaiono discrepanti a seconda del luogo e del momento in cui sono vissuti. Le difficoltà che si trova ad affrontare Michele in Cecenia sembrano risibili se rapportate a quelle che si trova ad affrontare in famiglia, così come le cause del malessere della figlia Nicole se paragonate a quelle di una sua coetanea cecena stuprata dai militari, o le incertezze che potrebbe aver vissuto Russo tra la drammaticità della guerra e le incomprensioni con un possibile amore. Parlo della disarmonia con se stessi, e tra se stessi e le realtà che viviamo. Metto in scena questa disarmonia e le contraddizioni che legano a doppio filo l’instabilità del singolo a quella della grande organizzazione, del grande sistema.


In alcuni momenti descrivi la storia dal punto di vista di Antonio Russo, come hai fatto a identificarti con lui, con quelli che dovevano o potevano essere i suoi pensieri di allora?

Alla base c’è sicuramente un intenso lavoro di ricerca e di documentazione. Ma nel momento in cui ho capito che Russo era il personaggio giusto, me ne sono appropriato. Come scrittore, naturalmente. Non avendolo conosciuto di persona, l’ho ricreato. Così, il personaggio riportato nelle mie pagine potrebbe non corrispondere in pieno al vero Antonio Russo, non collimare col ricordo che di lui serba chi l’ha vissuto. Perché si tratta del “mio” Antonio Russo, frutto della mia immaginazione e di tutto quello che di lui sono riuscito a sapere. Un uomo generoso, a volte in balia di un temperamento insofferente, con tutti i dubbi, le angosce, le paure, ma dotato di una grande passione e di una profonda onestà professionale. Non ero interessato a un’operazione di santificazione, o di celebrazione. Meno che mai di ostilità. L’intuizione di inserire nella storia scorci reali della sua esistenza è stata dettata dall’empatia che ho provato nei suoi confronti; quella di reinventarlo a mio modo, dal rispetto.

Ci sono state proteste da parte di chi lo conosceva bene?

Finora nessuna. Ma più che di proteste mi piacerebbe parlare di confronti, sapere da chi l’ha conosciuto e frequentato quanto, del mio personaggio, appartiene al vero Antonio Russo, aldilà dei fatti e degli stralci dei reportage che ho fedelmente riportato.

Le donne di questa storia possono essere tenere o spietate, qual è il tuo sguardo oggi sull’universo femminile?

Si dice, a proposito di musica, che le donne siano attratte più dalla melodia che dalla tecnica. Questo il motivo per cui, in linea generale, il jazz verrebbe apprezzato più dagli uomini che dalle donne. Di sicuro, la sensibilità femminile è più in armonia con l’emozione, meno tiranneggiata dalla razionalità, molto più disposta a esporsi in materia di sentimenti di quella maschile. Ecco, in questo universo io mi muovo a mio agio; tuttavia, riprendo, diciamo così, tutta la mia mascolinità nel momento in cui mi trovo a dover esternare emozioni profonde. Per il resto, in Don Giovanni light era il protagonista maschile, se ricordi, nella doppia voce di adulto e bambino, a essere tenero e spietato. E molto più cinico delle donne di questo romanzo, che non riescono mai a esserlo del tutto.

Alla fine della lettura semini un dubbio terribile. Le azioni di Michele in fondo erano inevitabili, come inscritte nel suo Dna. Pensi che sia davvero così anche per ognuno di noi? Cioè che in un certo senso non si possa sfuggire al proprio destino?
Per un periodo della mia vita ho pensato che realmente fosse così. Il tuo corredo genetico e  l’ambiente in cui nasci saranno i binari della tua esistenza. Poi ho capito, e sperimentato, che quello che chiamiamo destino è in realtà la possibilità che viene offerta a ciascuno di noi di sviluppare le proprie peculiarità. Ora posso dire con sicurezza che si può scegliere, si può scegliere di cambiare, ma solo accettando il rischio di mettere in discussione se stessi e il proprio bagaglio genetico e culturale.