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Nostalgia del feto

Uno dei compiti più delicati per un narratore è trovare l’immedesimazione tra i personaggi della sua storia e i lettori. Per rendere verosimile una storia inventata, o come si dice adesso di fiction, un autore deve lavorare su un testo in modo da permettere al lettore di “diventare” il personaggio che sta leggendo. E per fare questo deve prima di tutto “diventare” lui quel personaggio, altrimenti non accadrà il piccolo miracolo di coinvolgere chi legge.
In qualche caso l’operazione sembra facile, perché l’autore e il protagonista di una storia coincidono, cioè l’autore scrive di un protagonista disegnato su se stesso, quindi delle proprie scoperte, dei propri dubbi, delle proprie debolezze, delle proprie gioie e delle proprie depressioni e quindi non deve fare nessuna fatica a ragionare come il personaggio e a farlo agire di conseguenza. La questione si complica quando è costretto a inserire qualche altra figura inventata nella sua scrittura. In quel caso, se fa pensare, ragionare e agire tutti come farebbe lui, il risultato è un noioso guazzabuglio di individui simili che pensano, ragionano e agiscono tutti allo stesso modo (qualche esempio in giro c’è, ma lasciamo perdere…).
Ma fino a che punto si può spingere l’immedesimazione di un autore? Quanto lontano? Direi che non c’è limite, ci si può immedesimare con qualcuno che è già morto così come con qualcuno che non è ancora nato. Ian Mc Ewan, per esempio, in un romanzo intitolato Nel guscio, arriva a immaginare di essere un feto. E da feto il suo tempo è diverso dal nostro, quindi, ormai cresciutello, rimpiange i bei tempi passati della sua infanzia, quando aveva tutto lo spazio che voleva a disposizione. L’infanzia di un feto? Ecco, se sei un feto, i pochissimi giorni che ti separano dalla nascita sono tutta la tua vita e quindi li pensi come un tempo lontanissimo. Immedesimarsi con un feto significa non solo pensare come un feto, ma sentire, percepire, avere i confini mentali, di un feto.
E adesso vi lascio proprio con un frammento dall’incipit del romanzo Nel guscio (pubblicato da Einaudi nel 2017), per capire con una prova concreta che cosa voglio dire:

Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna. Braccia pazientemente conserte ad aspettare, aspettare e chiedermi dentro chi sono, dentro che guaio mi sto per cacciare. Mi si chiudono gli occhi di nostalgia al ricordo di quando fluttuavo libero nel mio sacco opalescente, a spasso dentro la bolla sognante dei miei pensieri, tra capriole al ralenti in un oceano privato, e delicate carambole contro i confini trasparenti della mia prigione, quella membrana sicura che, pur attutendole, vibrava insieme alle voci di cospiratori intenti a una macchinazione odiosa. Succedeva nella spensierata stagione della mia giovinezza. A questo punto, ormai completamente capovolto, con le ginocchia schiacciate al petto e senza alcun margine di movimento, non ho soltanto la testa impegnata ma anche tutti i pensieri. Non ho più scelta, un orecchio è premuto giorno e notte contro le pareti irrorate di sangue. Ascolto, prendo appunti mentali, e mi preoccupo. Tra le lenzuola sento discorsi efferati e mi agghiaccia il terrore di quel che mi aspetta, di quel che potrebbe compromettermi.


Foto: particolare dell’edizione Feltrinelli del romanzo Nel guscio di Ian Mc Ewan.