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Che faccio, vado?

Oggi tanti amano raccontare le proprie riflessioni. I pensieri che li animano. Alcuni hanno uno stile convincente, cioè sanno sistemare in modo efficace e coinvolgente le parole ben scelte una accanto all’altra, facendole suonare in modo armonioso. Ne sanno pure di punteggiatura e quindi l’effetto è gradevole.

Sono pochi però quelli che, una volta fatto questo, riescono a sviluppare un vero e proprio conflitto interiore. Una vera azione. Eh sì, perché in genere nella narrativa un’azione c’è quasi sempre. Se non si mette in scena un’azione esteriore, si crea un’azione all’interno dei pensieri di un protagonista. Si può fare in prima persona, oppure in seconda o in terza. Cambia poco.

Qualche volta i pensieri scorrono uno accanto all’altro senza dire niente di più di quello che suona tra le parole. Gli autori sono già ben soddisfatti di essere “bravi” e di avere dei pensieri “interessanti”. Quindi non gli interessa che ci sia altro. Il lettore li applaude, dice che sono “bravi” e che i loro pensieri sono “interessanti”. E a loro va bene così.

Ma come si fa a realizzare un’azione interiore? Ve ne mostro una, tratta dall’incipit del romanzo Nell’intimità, dello scrittore anglo pachistano Hanif Kureishi. Si tratta solo di pensieri, con pochissima azione, eppure a leggerli si sente proprio uno sviluppo narrativo.

Se volete, potete leggere tutta di seguito la parte sullo sfondo grigio (che è il testo originale) e poi vedere le mie interpretazioni, così non avrete la sensazione che vi stia ingannando. Niente trucchi, come diceva Raymond Carver.

Kureishi comincia con un’affermazione forte:

È la notte più triste, perché sto per andare via e non tornerò indietro. Domani mattina, quando la donna con cui ho vissuto per sei anni sarà andata al lavoro in bicicletta, e i nostri figli saranno stati accompagnati al parco a giocare con la palla, infilerò alcune cose in una valigia, scivolerò fuori di casa sperando che nessuno mi veda e prenderò la metropolitana fino all’appartamento di Victor. Lì, per un periodo di tempo indefinito, dormirò sul pavimento nella minuscola stanza che lui gentilmente mi ha messo a disposizione, accanto alla cucina. Ogni mattina solleverò il sottile materasso a una piazza e lo rimetterò sullo stenditoio. Riporrò il piumino ammuffito in una scatola. Sistemerò i cuscini sul divano. Non ritornerò a questa vita. Non posso.

Bene, subito dopo si chiede come comportarsi per realizzare al meglio le sue intenzioni e già qui comincia a porsi dei dubbi di tipo pratico, che diventano l’inizio della tensione narrativa:

Magari dovrei lasciare un biglietto per comunicare questa decisione. “Cara Susan, non ritornerò…” Forse è meglio che telefoni domani pomeriggio. O potrei farmi vivo nel fine-settimana. I dettagli non li ho ancora decisi. Quasi sicuramente non le dirò le mie intenzioni stasera o stanotte. Rimanderò. Perché? Perché le parole sono azioni e fanno accadere le cose. Una volta che sono uscite dalla bocca non puoi più farle rientrare. Qualcosa di irrevocabile sarà accaduto, e io sono impaurito e insicuro. Di fatto, in questo momento sto tremando; ho tremato per tutto il pomeriggio, e per tutto il giorno.

In effetti già qui l’affermazione decisa dell’inizio comincia a essere contraddetta, poi subito dopo Kureishi passa da “sto per andare via e non tornerò indietro” a un “potrebbe essere” nel brano che segue:

Questa sera, quindi, potrebbe essere la nostra ultima sera da famiglia innocente, integri, ideale; la mia ultima notte con una donna che conosco da dieci anni, una donna di cui so quasi tutto e di cui non voglio sapere di più. Presto saremo come sconosciuti. No, non sarà mai possibile. Fare del male a qualcuno è un gesto di riluttante intimità. Saremo pericolosi conoscenti con una storia alle spalle.

Il conflitto è persino nelle singole affermazioni, che si contraddicono subito: “Presto saremo come sconosciuti. No, non sarà mai possibile”. Sembra quasi che si stia chiedendo: «Che faccio, vado?». E che attenda una risposta da sé stesso. Andare via non è facile, bisognerebbe trovare il momento giusto. Non è che uno prende e se ne va.

Vorrei essermene andato via quella volta – la prima volta che ha appoggiato la sua mano sul mio braccio. Perché non l’ho fatto? Che spreco, che spreco di tempo e di sentimenti. Lei ha detto qualcosa del genere su di me. Ma sono cose che pensiamo veramente? Ho almeno tre risposte valide per ogni domanda.

Adesso l’autore ha cominciato a dare un movimento ai pensieri del protagonista, però ancora non basta, c’è bisogno di fargli un po’ male per farci sentire che non si tratta di uno che ha tutte le verità in tasca. Per non rendere la sua uscita di casa troppo semplice e indolore.

Mi siedo sul bordo della vasca da bagno e guardo i miei figli – di cinque e di tre anni – seduti uno da una parte e uno dall’altra.
I loro giocattoli – animali di plastica e bottiglie – galleggiano sulla superficie dall’acqua. I bimbi parlottano fra loro e da soli, e per una volta non fanno la lotta e non piagnucolano. Sono esuberanti, vivaci, e la gente dice che sono bambini felici, affettuosi. Questa mattina, prima che io mi preparassi ad affrontare la giornata con la coscienza di dover sistemare un bel po’ di cose nella mia testa, il maggiore ha insistito per avere un altro bacio prima che chiudessi la porta, e ha detto: “Papà, io amo tutti.”
Domani farò qualcosa che li danneggerà e li segnerà per sempre.

Sarebbe stato più facile senza figli, con un protagonista cinico che ci spiattellasse le sue opinioni sull’inutilità dell’amore. Non solo ha dei bambini, invece, ma sono anche molto carini e buoni. In questo momento poi non sono neanche fastidiosi come al solito. E soprattutto hanno bisogno di ricevere e dare affetto. La dichiarazione del maggiore sembra essere uscita da un film di Nanni Moretti per arrivare a colpire al cuore il nostro eroe. E indebolire la sua voglia di andarsene. Quindi adesso ci vuole una spinta verso la fuga.

Il più piccolo adesso porta sempre pantaloni di cotone color cachi, maglietta grigia, bretelle blu e un casco da poliziotto. Mentre metto i vestiti nel cesto della biancheria sporca, vengo disturbato da un rumore che arriva da fuori. Trattengo il fiato.
Già qui!
Ora spinge la bicicletta nell’ingresso. Toglie i sacchetti della spesa dal cestino.

Ecco, è arrivato il nemico, la moglie Susan. A lei qui non vengono dedicati troppi pensieri, altrimenti il testo diventerebbe forse lamentoso, rancoroso, meschino. Il problema non è lei, è lui. È in lui. Quindi continua il conflitto a livello interiore, non esterno.

Nel corso di questi mesi, e particolarmente durante gli ultimi giorni, dovunque mi trovassi – al lavoro, a passeggio, in attesa dell’autobus – ho esaminato questa rottura da tutte le angolazioni. Diverse volte ho perso la mia fermata della metro, o mi sono ritrovato in un posto familiare senza saperlo riconoscere. Non sempre so dove mi trovo, il che può risultare un’esperienza piacevolmente impegnativa. Ma in questi giorni tendo a sentirmi come se stessi strizzando gli occhi per cercare di distinguere oggetti che qualcuno ha messo a testa in giù.
Ho cercato di convincermi che lasciare delle persone non è la cosa peggiore che puoi fare loro. Può risultare triste, ma non deve obbligatoriamente essere una tragedia. Se non si lasciasse niente o nessuno, non ci sarebbe spazio per il nuovo.
Naturalmente andare avanti è un’infedeltà verso gli altri, verso il passato, verso la vecchia nozione di se stessi. Forse ogni giorno dovrebbe prevedere almeno un’infedeltà essenziale o un tradimento necessario. Sarebbe un atto ottimista, un atto di speranza, che garantisce fiducia nel futuro, la prova che le cose possono essere non solo differenti, ma migliori.
Quindi sto per dare via Susan, i miei bambini, la mia casa e il giardino pieno di piantine di erba e di fiori di ciliegio che posso vedere dalla finestra del bagno; in cambio avrò una sistemazione a casa di Victor, dove ci saranno spifferi e polvere sul pavimento.

Trovo terribile questo “dare via” (nella traduzione di Ivan Cotroneo), come se Susan e i bambini fossero degli oggetti, come la casa e il giardino. In inglese suona un po’ meno feroce: “Therefore I’m exchanging Susan, my children, my house, and the garden full of dope plants and cherry blossom I can see through the bathroom window, for a spot at Victor’s where there will be draughts and dust on the floor”. Ma in ogni caso quello che conta è che percepiamo in modo efficace le difficoltà di un uomo che sta per scambiare la vita comoda e gradevole che conduce per qualcosa che al momento appare anche squallido. Le spinte contrapposte del dover andare via e del voler rimanere malgrado tutto. Un conflitto interiore, insomma.

E adesso, se vi va, potete prendere in mano il romanzo e vedere come va a finire, senza le mie fastidiose interruzioni.

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