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Nero Ananas di Valerio Aiolli (Voland)

La storia di  un’Italia che non esiste più, talmente vicina a noi da poterla ancora ricordare, quella che inizia con la strage di Piazza Fontana e culmina con la strategia del terrore degli anni di piombo. 

Valerio Aiolli racconta di pochi anni, essenziali, difficili, quelli che vanno appunto dal 12 dicembre del 1969, da quella voragine nel pavimento della Banca dell’Agricoltura, fino all’attentato del maggio 1973, il giorno della commemorazione del primo anniversario della morte del commissario Calabresi. 

Si dice che la storia, o le storie, viste in prospettiva siano narrazioni non solo di fatti, ma anche di persone, di quelle persone che hanno fatto scelte, e che scegliendo hanno cambiato non solo sé stessi, ma anche il presente e il futuro di quelli che esistono e di quelli che sono ancora di là da venire. 

Il punto di ricerca dello scrittore nasce dall’esigenza vivida di narrare la faccia o le facce del terrorismo nero, di chi siano davvero i protagonisti di quell’orrore smisurato. In fondo, molti erano ancora ragazzi, qualcuno aveva ereditato il castello franato dei repubblichini di Salò, qualcuno credeva nel rigore perfetto di una società senza contrasti e ambiguità, dove solo la luminosa oscurità dell’ordine nero avrebbe garantito pace e benessere. 

Il materiale umano è composito e vischioso, dove accanto ai personaggi storici, tutti rigorosamente conosciuti dai lettori attraverso i loro nomi di battaglia, Samurai, il Dottore, Falstaff, Vincent, si alterna il doloroso narrare della vicenda tutta privata del piccolo Calimero, soprannome che gli è dato dalla sorella Nicoletta, che un giorno scompare per entrare nella lotta armata delle future BR. La storia di quella scomparsa diventa la storia di un’attesa, in cui da lettori, siamo immersi fino alle ginocchia nel bolo emotivo della disgregazione del nucleo familiare, di questa famiglia che si accortoccia su se stessa, ripiegandosi fino a franare, perché l’assenza della figlia bellissima, intelligente, amata, è una mutilazione, crudele, ingiusta. 

Qualcosa nell’incoscienza e nel coraggio di Nicoletta, somiglia al grido di battaglia dei guerrieri, quelli che sono lucidamente ottusi, perché sono ancora troppo giovani per capire. Eppure rimangono così intensi, colti dell’attimo eterno del loro coraggio prima di diventare qualcun altro o qualcos’altro. 

Accanto alla storia pubblica e privata dei personaggi politici, dal Vecchio (De Gasperi), al Pio, al Prete, si alternano le duplici voci narranti in prima persona del bambino Calimero, che nel tentativo di esorcizzare la mancanza della sorella, tenta di capire il suo tempo e con lo sguardo dei bambini riflette sul mondo che cambia insieme al suo corpo, che si avvia verso l’adolescenza, e dell’anarco insurrezionalista, che poi è quello che darà la svolta alle vicende finali. 

La vita dell’anarchico è espressa nella scelta narrativa e coraggiosa della seconda persona, il tu utilizzato dallo scrittore procede per sottrazione, con l’insistenza di una macchina da presa interiore che scandaglia i moti dell’animo di questo ragazzo/uomo che seguiamo ovunque, nel suo paesaggio intimo

Fuori di lì uscito dalla palestra c’è una città che non vedi. Ci sei nato, ma non la vedi. Come non si vedono le cose troppo vicine agli occhi. Ci hai camminato dentro per anni per andare da casa a scuola, la mattina, e poi da scuola a casa a mangiare, e poi da casa alla palestra, e dalla palestra di nuovo a casa, anzi al laboratorio di tuo padre, era lì nel retrobottega che facevi i compiti. Ma tu non la vedi, la tua città. Non vedi i canali, i campi, le calli. Non vedi i ponti che turisti di tutto il mondo pagano fior di quattrini per venire ad ammirare. Tu passi oltre e non vedi. Tu vedi il futuro. Tu sai che in questa città non ci resterai a lungo. Te ne andrai da quest’umido che avvinghia le caviglie, dai compagni di scuola che ti mettono in mezzo perché sei uno un po’ strano, da retrobottega di tuo padre dove sei costretto a studiare al pomeriggio. Te ne andrai lontano, un giorno.

Nero ananas è il nome che si riferisce a un preciso strumento di guerra e sterminio, quello che poi l’anarchico dovrà imparare a conoscere, per dare sfogo all’eccesso di vita che gli gorgoglia dentro, un bisogno aggressivo e prepotente, che lo trascina in vari punti dolorosi del mondo, e che spingerà anche il lettore a tentare di darsi una risposta. 

Questi uomini politici, il Pio innanzi tutto, ha determinato parte della nostra storia. Questi terroristi hanno seminato terrore e panico e dolore. Calimero attende la sorella e le risposte che lei sola può dargli, in un tempo che accelera e va avanti a scatti, segnato da eventi pubblici e da angosce personali. E tutti, tutti sono esseri umani.