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Genius o Ginius?

Qualche tempo fa, appena conclusa in modo deprimente una vecchia avventura, abbiamo pensato che dovessimo intraprenderne una nuova. Il primo problema, quando si dà il via a una realtà che prima non c’era, è come chiamarla. Vale per un ristorante e per un negozio di scarpe, così come per una casa editrice o una scuola di scrittura. Di idee ce n’erano tante, nessuna convincente, poi uno disse: Chiamiamola Genius.

Non sapevamo che una delle questioni più importanti da risolvere sarebbe stata la pronuncia.

Questa parola dovevamo dirla all’inglese? Ginius? Come facevano Dose e Presta, gli autori del Ruggito del Coniglio, quando pronunciavano così il nomignolo del loro regista (alla radio quasi tutti hanno un soprannome ed è un gioco ironico da non prendere troppo sul serio). Ginius, come Ray Charles, il grande musicista jazz. O come Stan Lee, il geniale inventore dei fumetti della Marvel. O come canta esterrefatto, nel musical Hair, il giovane artista americano costretto ad andare in Vietnam per combattere: «I’m a genius, genius». O come il titolo del film Genius, dedicato all’editor Maxwell Perkins, detto Max, che ha contribuito alla nascita dei capolavori di Scott Fitzgerald e Thomas Wolfe. Bè, trattandosi di scrittura il soprannome di un editor in fondo suonava bene.

La scrittrice Simona Baldelli però, che cominciò quasi subito a fare corsi nella scuola, disse: «Io lo pronuncio alla latina, cioè Genius». In effetti si tratta di una parola molto antica. Per i romani il Genius era una presenza invisibile, quasi un fantasma, o un nume tutelare, che accompagnava una persona o una famiglia, quasi fosse un angelo custode (questa però è un’idea più tarda, cristiana, lo dico solo per rendere l’idea). Anche questa figura non sarebbe sbagliata per un luogo dove gli autori scrivono, accompagnati da un docente che li consiglia e li corregge, no?

I latini poi avevano anche il concetto e la figura del Genius Loci, un’entità religiosa che rappresentava lo spirito di un luogo. Per comprendere appieno un ambiente, bisognava – secondo gli studiosi dell’epoca – comprenderne il Genius Loci, tanto che si diceva pure: «Nullus locus sine Genio» (e cioé: Nessun luogo è senza un Genio). Anche l’idea di uno spiritello che abita un ambiente potrebbe essere una bella metafora del percorso creativo di uno scrittore o di un artista.

Le due possibili pronunce servono a spiegare un equivoco. In inglese Genius significa soprattutto talento, donna o uomo di talento. In latino vuol dire spirito protettore di una famiglia, di una persona o di un luogo. Quindi non crediamo davvero che ci siano dei geni tra noi. Non pensiamo di essere dei novelli Michelangelo, Leonardo Da Vinci o Dante Alighieri. Vogliamo solo coltivare il Genius del talento e farci assistere dal Genius protettore.

Ah, c’è un altro Genius da tenere a mente. È il genio della lampada di Aladino, non uno particolarmente intelligente, ma che realizza desideri. E noi un desiderio l’abbiamo realizzato: una nuova avventura con un bel nome. Se vi piace, chiamateci Genius.