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I TUOI OCCHI ANCORA

Mi sono svegliato da poco e non so spiegarmi come sono arrivato qui e cosa ci faccio in questo posto e non ricordo nemmeno quando mi sono messo a dormire anche se per la prima volta mi trovo sotto quest’albero che poi non è un albero isolato ma il primo di una fila che costeggia il lato della strada che porta al centro del paese e che ne esce pure sbucando da sotto l’arco centrale che tutti chiamano così, proprio l’arco, cioè quella che una volta era la porta principale del paese con i cardini ancora al loro posto anche se i battenti non ci sono più da un pezzo e in fondo al viale c’è il mio albero, quello sotto il quale mi sono svegliato, che in paese chiamano l’albero della maldicenza perché sotto le sue chiome non si riparano solo i passeri ma almeno la metà dei pensionati pensanti e ad essere più precisi proprio quelli che all’ombra dei rami tagliano e cuciono sui fatti del paese solo per rafforzare il detto che il paese è piccolo e la gente mormora e poi mormora mormora arrivano a sera e si avviano lenti verso casa dove li aspetta il minestrone e la frittata e oggi sotto quell’albero ci sono io, e loro pure, ma sono stranamente silenziosi e fissi a guardare l’arco dove la sposa più ardita entra a piedi costringendo le amiche a saltare sui tacchi in mezzo ai sanpietrini e gli altri invitati a mormorare come le sia venuta in mentre un’idea tanto stramba e i bambini tirati dalle madri che sono già mezzi sfatti quando la cerimonia non è neanche cominciata ma i pensionati fissano gli occhi lì sull’arco dove stavolta non entra la sposa perché non sono le undici ma le quattro del pomeriggio e fissano la porta perché c’è il vigile in mezzo alla strada fermo a fissare dietro per controllare chi lo segue e per un attimo si toglie il cappello e si asciuga la testa sudata per poi ricomporsi di nuovo e riprendere al passo e poco dopo escono due chierichetti con la tunichetta che gli arriva a mezza gamba perché deve essere di qualcuno più piccolo che l’ha lasciata in canonica dove il prete la passa da una gioventù all’altra e un chierichetto porta un legno con un cristo intristito e l’altro il braciere dove l’incenso esce con fumi incoerenti che salgono ogni volta che oscilla su un lato, come una danza senza musica e i pensionati fissano dritti e vedono dietro ai chierichetti il prete con la stola viola che scende indolente per un servizio che questo sabato avrebbe volentieri evitato e dietro a lui si muove silenziosa una macchina grigia che il suo passeggero non avrebbe mai voluto avere perché non si compra una macchina per fare un solo viaggio ma per farci tutti i chilometri che puoi finché non è da cambiare con un’altra più nuova e più efficiente così i pensionati contano le persone che seguono la macchina perché in paese ha un significato preciso e anch’io non posso far a meno di seguire i loro sguardi puntare sulle teste del corteo che ondeggiano con un passo smorzato per non cadere su quelli avanti che a loro volta devono stare un po’ distanti dalla macchina e questa avanza lentamente e comincio a vedere le facce delle persone e fisso i pensionati che non si accorgono di me anzi ho quasi il sospetto che non ne vogliano sapere niente di considerarmi, eppure sono entrato sotto la loro ombra e non mi hanno neanche salutato eccetto uno con i capelli bianchi che mi ha appena sorriso e non mi ha fatto sentire a disagio anche se, come ho detto, mi sono svegliato qui senza ricordare quando ho iniziato a dormire, destandomi con uno schiocco di dita come quando si accompagna la musica che ora sento più vicina perché chi arriva non piange in silenzio ma canta note che spingono avanti prete e chierichetti e in coda arrivano facce che conosco e più sono vicine e più mi accorgo che sono di quelli che hanno visto correre la mia vita accanto alla loro: Mario il centravanti della squadra juniores e Luca, che saltava dagli alberi alle colonie e Marta che è stata la prima a farmi battere il cuore e poi Enzo, che non pensavo fosse amico degli altri e invece c’è anche lui a formare il corteo e dietro parenti che non vedevo da anni talmente addolorati da sembrare veri e all’improvviso la folla si ferma perché una donna è scivolata e l’onda si è scomposta e quelli dietro si sono immobilizzati per non calpestarla mentre qualcuno più vicino si è piegato per sollevarla perché per andare giù così di peso deve essere certo una persona anziana e deve essere così perché ora vedo segni decisi sul suo volto ma non mi sembra anziana anche se è vestita di scuro e strizzo gli occhi per mettere più a fuoco che è da un po’ di settimane che dico che devo andare dall’oculista perché devo aver perso qualche grado e da lontano vedo sfocato ma ora che è vicina riconosco i capelli e vedo gli occhi dove tante volte mi sono addormentato e le labbra di cui mi sono saziato e allungo la mano per toccarla ma l’uomo coi capelli bianchi mi tiene e non vuole che vada e stringe più forte quando sente che tiro per mollarlo finché i chierichetti passano e passa anche il prete e la gente che li segue che ha ripreso a sussurrare sotto le note accennate e io capisco che non ce la farò mai a toccarla se questo mi tiene così forte e allora lo guardo fisso negli occhi per implorarlo di lasciarmi ma non riesco a dire una parola né lui smette di tenermi le mani quando la folla si allunga e vuota la via e io continuo a non capire cosa vuole da me finché si stacca e mi invita a seguirlo e sento per la prima volta la sua voce:
“ora possiamo andare, come ti ho promesso l’hai vista”.