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Dalla parte giusta (recensione alla serie tv “Chernobyl”)

Ho da poco finito Chernobyl, la miniserie in cui l’Unione Sovietica mostra il cuore incandescente della sua vulnerabilità. Angoscia, spirito di sacrificio e architettura brutalista si fondono nella plumbea cornice di Frosinone.
Galvanizzato (ionizzato?), cerco reazioni su internet, specie dei diretti interessati. La speranza è quella di ritrovare Vladimir, un bambino ucraino che ospitammo nell’estate del ’99 aderendo al programma dei cosiddetti “soggiorni di risanamento”. Bambino che mi ha arricchito come barre di Uranio 235 e che ha trascorso diverse notti nella mia cameretta, illuminandola a giorno. Simpatico, guascone, anche se se un po’ strano. Ogni mattina faceva una trentina di piegamenti. Ma si sa che le radiazioni fanno brutti scherzi.
Scopro invece che un uomo si è ammazzato dopo aver visto l’ultima puntata. Comprensibile, penso. La serie è talmente coinvolgente che mentre la guardavo la mia gatta ha smesso di fare le fusa e iniziato a fare il rumore di un contatore Geiger.
Continuo a leggere. L’uomo era un liquidatore, cioè uno di coloro che bonificarono la centrale di Prypjat, rimuovendo a mani nude blocchi di grafite radioattiva pesanti quanto un orso adolescente. Si è buttato dalla finestra di un dormitorio per un’epifania. Solo dopo aver vissuto di nuovo il passato in un’opera di finzione ha realizzato di non aver ottenuto nulla di quanto promessogli dall’Unione Sovietica prima e dall’Ucraina poi. Nessun indennizzo, nessuna casa popolare.
“Questa sì che è una recensione positiva!”, mi son detto tutto contento. Però argomento, perché sennò pensate che io sia stronzo e io non voglio che voi indoviniate.
Per me un film, un romanzo, una canzone, un qualcosa ispirato da un fatto di cronaca, è fatto bene se ha ripercussioni sul reale pur non assolvendo obblighi morali, obblighi di empatia verso i buoni o di apatia verso i cattivi.
In poche parole, se volessi un testo di denuncia, non andrei in libreria, andrei dai carabinieri.
Non solo. Sono pure convinto che una finzione non ridotta a opera morale, abbia più effetti positivi che negativi.
Ad esempio, parlando di Carabinieri, mi viene in mente l’amico con cui ho visto Sulla Mia Pelle, che mi ha chiesto perché mai un film debba trasformare un tossico in vittima e i carabinieri in carnefici. Tralasciamo per un momento il fatto che questo mio amico è un comico e che in un suo monologo racconta il fatto vero (ma si spera caduto in prescrizione) di quando era talmente sotto DMT che era finito per chiedere “hai da accendere” alla statua di Giordano Bruno. Pochi giorni la proiezione del film, uno dei carabinieri coinvolti nel caso Cucchi ha confessato il pestaggio scatenando le ire dei colleghi, forse perché non volevano spoiler.
Un’opera ha il solo obbligo di essere interessante, a prescindere che derivi o meno da fatti di cronaca. McKee ci insegna che una storia altro non è che la somma delle rischiose decisioni di un personaggio di fronte a situazioni di conflitto. C’è rischio, c’è conflitto, c’è soprattutto contesto. Un personaggio controverso, figlio del contesto, dice e convince di più di un personaggio assoluto.
Il buono non è mai interessante. Facile fare il figlio dei fiori quando tuo padre è Dio e passi le giornate camminando per la Galilea con 12 amici e una donna come neanche i puffi. Prova a farlo quando tuo padre stampa lamiere alla Agusta Westland e vivi in un seminterrato con sei fratelli di cui due rachitici perché non c’è spazio.
Quante persone conoscono il mondo di Gomorra per la serie tv e quante per il libro? È evidente che l’estetizzazione del crimine organizzato ha reso più accessibile un mondo che gran parte del pubblico non avrebbe mai conosciuto tramite un libro scorrevole quanto la Cassino-Formia.
Sì, Ciro è sexy, è deciso, parla bbuono, è una centrifuga di testosterone. Ma ha vissuto senza genitori, senza amicizie, senza capelli.
Dopo Romanzo Criminale, Gomorra, Suburra, spettatori timorosi della vita credono che nella loro provincia tutti siano armati, tatuati e pieni di piercing. Già a sei anni. Estetizzare la violenza, dicono, portano alla cultura dell’illegalità, del mitra e, sopratutto, dell’accento strascicato.
Sono timori che lasciano il tempo che trovano, e per varie ragioni. Per prima cosa mi ricordano il centro culturale sangiorgio, quel covo di scimmiati di Cristo che per anni ha sostenuto che rovesciando canzoni metal potevi ascoltare la voce del maligno. Che se ci provi, a parte rovinarti i vinili, al massimo produce un suono che pare uscire dalla bocca di Patty Pravo (specie coi cd di Riccardo Fogli).
Seconda cosa, sono discussioni antiche, inefficaci e avrebbero stroncato sul nascere capolavori come Il Padrino. Sì, Il Padrino fu accompagnato dalle stesse paure che trasudano in Gomorra. Attori con vere frequentazioni criminali, nomea di simpatizzare per la mafia, sceneggiatura (così come il libro) ispirata a fatti e aneddoti presi da veri articoli. Eppure, l’unico effetto che ha avuto su di me Il Padrino è stato farmi diffidare dalla vitamina C, visto che ogni qualvolta inquadrano un’arancia ci scappa il morto.
Terza cosa, concordo totalmente con l’idea che vuole gli spettatori timorosi del cinema amorale come non troppo svegli o già inclini alle nequizie. Tempo fa arrestarono per rapina proprio un’attrice di Gomorra, dopo averla riconosciuta grazie a un tatuaggio visibile nella serie poiché grande quanto il triveneto.
Se uno non ha presente l’illusione filmica, immagino che dopo un Romero si chiuda in casa perché convinto che fuori ti mozzichino come un Cucciolone, o che se l’adsl non gli funzioni eviti di chiamare il call center della Tim perché sennò scende l’astronave di ET che se lo porta via.
Infine, se proprio volessi dire la mia su un fatto, personalmente non userei il dramma. Userei il comico, che come suggerisce Stefano Benni, è irriducibile espressione dell’etica e, come dice Mark Twain, è tragedia più tempo. Invece di confermare un preconcetto, la tragedia ci mostra i vari aspetti, i vari fatti che hanno prodotto una determinata situazione. Il tempo fa sì che la percezione poco lucida che avevamo quando ci siamo affacciati sugli eventi e ne siamo stati invece sommersi, ora ha la possibilità di cambiare, in totale autonomia, di farsi più chiara, distaccata. Insomma, “nunc per speculum in aenigmate”, come diceva Lino Banfi.
Grazie a Chernobyl invece possiamo capire che i colpevoli non sono del tutto colpevoli, che i buoni non sono del tutto buoni, e che un sistema basato sull’uguaglianza è malato perché mette un venditore di scarpe a capo di una commissione per l’energia nucleare.
Quel fascio di luce che sgorga della centrale di Chernobyl, e che illumina i nostri schermi 30 anni dopo il vero disastro è uno spettro passato, luce di stelle già morte. Ma è una luce che, se non altro, ci dà un’ultima occasione di scegliere la parte del giusto in totale autonomia.