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Intervista metafisica a Laura Liberale

La terza intervista è rivolta a Laura Liberale, scrittrice che mi affascinò sin dal suo primo romanzo: Tanatoparty (Meridiano Zero), prima in Italia a scrivere di plastinazione e performance-art.
Laura Liberale, laureata in Filosofie orientali, è scrittrice e tanatologa (docente del master Death Studies & the End of Life dell’Università di Padova). Da diversi anni tiene corsi e seminari di scrittura creativa e di Cultura e Filosofia dell’India. Ha ottenuto riconoscimenti in svariati premi di poesia e narrativa. Suoi testi sono apparsi su riviste e antologie. Ha pubblicato i romanzi Tanatoparty (Meridiano Zero, 2009), Madreferro (Perdisa Pop, 2012), Planctus (Meridiano Zero, 2014); le raccolte poetiche Sari – poesie per la figlia (d’If, 2009), Ballabile terreo (d’If, 2011, premio Mazzacurati-Russo 2011), La disponibilità della nostra carne (Oèdipus, 2017, premio Lorenzo Montano 2017); i saggi indologici I mille nomi di Gaṅgā (Edizioni dell’Orso, 2003), I Devīnāmastotra hindū – Gli inni purāṇici dei nomi della Dea (Edizioni dell’Orso, 2007), I nomi di Śiva (Cleup, 2018). È presente tra gli autori di Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012). 
Avevo proposto a Laura una decina di domande metafisiche ma alla fine la questione che le sta più a cuore in questo momento è il tempo e dunque, a partire da lei, chiederò agli autori intervistati di rispondere solo alle domande biograficamente fondamentali.

Cos’è per te il tempo?

Comincerò dai miei piedi scalzi appoggiati, un giorno qualsiasi, sul cruscotto (pessima abitudine, ma sorvoliamo). È estate e quindi sono nudi. Li guardo e scopro che si sono
trasformati, devono averlo fatto molto in fretta, ma c’è da dire che non li ho davanti agli occhi così spesso come le mani. Ovviamente si è trattato di una cosa lenta, di un processo; eppure l’esito, il dato nudo, il dato scalzo è questo: i piedi sul cruscotto sono diversi: sono l’irrefutabile altro da cui comincia questo mio scritto.
La pelle dei miei piedi è stata sopraffatta da un frastaglio di pieghe, di rughe (è corretto dire rughe per i piedi?). I miei piedi sono improvvisamente vecchi, ed è palese che il temporaneo è escluso dalla cosa, che la faccenda è irreversibile. Quando è accaduta l’irruzione della vecchiezza? La solita questione delle origini. Ma abbiamo già acclarato che è stato un processo, dunque la domanda è fuori luogo, emotivamente sensata ma fuori luogo.
I piedi, ben oltre le scontate mani, sono lì ad attestare qualcosa di me, qualcosa che è uscito dall’orizzonte dell’invisibilità e di cui ora devo prendere atto.
Ma se adesso ti scrivo di questo è per dirti quel che è seguito alla rivelazione pedestre.
Lui ed io siamo da soli per un po’ di giorni. Un’occasione d’intimità e di recuperi. Ma non è più così semplice abbandonare la consuetudine della programmazione a vantaggio dello slancio estemporaneo, nemmeno quando lo si potrebbe fare. Allo slancio i miei piedi dicono ormai di
no. Non molto tempo fa giravano per casa nudi, com’era nudo tutto il resto, e sapevano ancora dire di sì. Quindi? Stasera lui ed io programmiamo vagamente, ci promettiamo vagamente un tempo d’intimità fisica (e così facendo rinunciamo al potenziale slancio dell’adesso), procrastiniamo, ci rassicuriamo a vicenda sul futuribile. E quando sarebbe quasi arrivato il momento, purtroppo è già avvenuta la manipolazione lustrale del mio corpo: ho fatto una doccia, e la doccia non ha portato niente di buono.
Fino a non molto tempo fa, attraversavo nuda, con un pensiero leggero e di svagata gaiezza, il fascio di luce che poteva mostrarmi a chi mi abita di fronte. Ora invece mi appiattisco contro i bordi delle cose, tendo a uscire dall’orizzonte della visibilità. Il mio corpo è diventato qualcosa da nascondere.
Lui mi aspetta in camera da letto. Io entro, mi sdraio e gli dico di colpo parole di disastro. Non le ho pensate, nel senso che non ho pensato anticipatamente di dirle. Le ha pensate il corpo e ora me le dispone come un plotone.
Partono dal particolare per arrivare all’universale. Dicono che il mio corpo sta cedendo, e lo fa sempre più in fretta; che il mio seno si è afflosciato, che la mia faccia avvizzisce (la mia faccia sa come dire di sì agli slanci inesausti dell’avvizzimento). E come si fa ad accoppiarsi così?
Non comincia a essere grottesco? Le parole fanno persino una citazione pop: Marina Ripa di Meana, che in un’intervista dice che alla sua età il sesso, il sesso tra corpi vecchi, sarebbe impensabile, qualcosa di insopportabile, in primis esteticamente.
Cito M.R.D.M., è un fatto, accade. Poi mi escono di bocca pseudotruismi tremendi, il male della banalità (inorridisco solo al pensiero di scriverli). M.R.D.M., però, parlava dei settanta, degli ottant’anni, quindi le parole hanno il buon senso di rettificare: Non che propriamente ci riguardi ora. Ma il corpo sta già cercando qualcosa con cui coprirsi, quindi: siamo così vicini al grottesco? Siamo già usciti dall’orizzonte della liceità estetica? Il silenzio che segue è l’invalicabile; concede solo alla sua mano di afferrare un
volantino della Lidl dal pavimento.
Si doveva recuperare; c’era, in effetti, anche qualcosa da festeggiare. Vado a dormire sul divano, che è un altro bordo.
Pensare che sarebbe stato sufficiente riconfermare al corpo la sua presenza nell’orizzonte della desiderabilità è sbagliato, credimi. Ti sto parlando del tempo.