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Le due vite di Carlo Dossi

Dalla terrazza più alta della villa il conte Alberto Carlo Felice Pisani Dossi guardava il lago di Como, appena increspato dalla brezza che scuoteva le cime verdi dei pini del parco. 
Tra poco il sole del pomeriggio sarebbe scomparso, inghiottito dai monti circostanti, era stato un Ottobre bellissimo ma adesso il tempo delle passeggiate sulle terrazze del Dosso era finito. Scese lentamente il magnifico scalone d’onore, prima che facesse buio voleva passare per il Portico dell’Amicizia. I nomi  dei suoi amici più cari, incisi sulle colonne della loggia gli vennero incontro: Luigi Perelli, l’amatissimo Gigi, bello, brillante, simpatico a tutti, così diverso da lui, il contino Carlo introverso, ombroso e spesso malato, eppure erano stati come fratelli, quasi simbiotici, ebbri di vivere la loro avventura di giovani letterati nella Milano scapigliata di fine Ottocento. Di lato, Gian Pietro Lucini, poeta, antidannunziano, antimilitarista, l’ultimo scapigliato, l’inventore del verso libero, un uomo cui “mancò l’arte del ciarlatano”, e quindi nessun riconoscimento della sua opera, nessuna gloria, neanche postuma. Un poco più avanti Giuseppe Rovani, giornalista e romanziere, grande amico di Carlo Cattaneo, una  vita stentata piena di debiti e assenzio, eppure al suo funerale c’era tutta Milano, era stato il primo a credere in lui, chissà cos’avrebbe detto del Carlo Alberto Pisani Dossi Console italiano a Bogotà, plenipotenziario in Eritrea e, soprattutto, Segretario particolare di Francesco Crispi.  
Ho vissuto due vite, pensò, ma nessuno dei miei amici mi ha mai giudicato per le mie scelte. Dovrei far incontrare il giovane Carlo Dossi e il diplomatico Alberto Pisani, ma stasera sono troppo stanco per lavorare alla stesura delle mie Note, e poi ho finito l’inchiostro azzurro.


Carlo Dossi (Zenevredo, 27 marzo 1849 – Cardina, 17 novembre 1910), ha scritto diverse opere tra cui le famose Note azzurre, un lungo diario in cui ripercorre la sua esperienza di letterato e diplomatico.

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