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Il cane di Murakami

Quando segui un laboratorio di narrativa, come quelli che teniamo nella scuola di scrittura creativa Genius, ti puoi trovare talvolta di fronte a due ostacoli. Il primo è un dubbio sommesso, strisciante oppure urlato: perché non riesco a scrivere una storia degna di questo nome? Forse mi manca qualcosa di essenziale per scrivere bene? Il secondo è la richiesta da parte degli editor di inserire un po’ più di “conflitto” (come lo chiamano loro) nel tuo testo. Questi due pericoli che minacciano la tua fortuna d’autore sono collegati tra loro molto più di quello che sembra. Intendiamoci, tu potresti essere proprio negato, come uno stonato per la musica, privo di un minimo di talento per la narrativa, e allora meglio l’ikebana. Ma invece tu sei abbastanza dotato, un po’ d’istinto per raccontare storie ce l’hai, la passione per i libri pure, ti accompagna da quando sei nato. Alle persone piace leggere qualcosa di quello che scrivi. E allora?

Per accendere una luce in questa foschia che circonda il tuo impegno di scrittore che cerca la sua via, potrebbe esserti utile un apologo giapponese, di quelli che sembrano illuminare tutto senza dire troppo. Lo prendo da un libro del romanziere giapponese Haruki Murakami, La ragazza dello Sputnik (Supûtoniku no koibito, 1999, traduzione di Giorgio Amitrano, Einaudi 2001). Parla di un’aspirante scrittrice Sumire, che «stava lottando con tutte le sue forze per diventare una scrittrice di professione» e sognava successo, onori e gloria. Come te, come tanti. «Ma purtroppo niente di tutto questo si realizzò. In realtà Sumire non riuscì mai a portare a termine un solo romanzo compiuto, che avesse un inizio e una fine». Che idea sconfortante, no? Ma perché Sumire non riusciva a farcela? Perché? La risposta forse è nel raccontino che segue questa sconfortante rivelazione e che puoi trovare alle pagine 19-21 dell’edizione che ho citato. Però se non hai il libro sotto mano, puoi leggere qui sotto.

«Ho la testa piena di cose che vorrei scrivere. È come un assurdo magazzino tutto stipato di roba», disse Sumire. «Immagini, scene, frammenti di discorsi, figure di persone… A volte queste cose sono così scintillanti, piene di vita, e sento che mi urlano: Scrivici! In quei momenti mi sembra che stia per nascere un romanzo meraviglioso. È come se stessi per andare in un posto completamente nuovo. Ma appena mi siedo al tavolo e provo a scrivere, mi rendo conto che qualcosa di essenziale è andato perduto. L’esperimento è fallito: non ho prodotto nessun cristallo, e mi ritrovo in mano dei sassi. E non sono andata proprio da nessuna parte.» Sumire, la fronte corrugata, raccolse il duecentocinquantesimo sassolino e lo gettò nel laghetto. «Forse mi manca qualcosa. Qualcosa di assolutamente essenziale per diventare uno scrittore.»
Per qualche attimo scese un profondo silenzio. Sentii che aveva bisogno di una delle mie banali osservazioni.
«Nell’antica Cina, intorno alle città si erigevano delle alte muraglie, nelle quali venivano costruite delle grandiose e splendide porte», dissi, dopo aver riflettuto qualche istante. «A queste porte era attribuito un significato molto importante. Il loro scopo non era solo quello di permettere alla gente di entrare e uscire, ma si credeva che in esse abitassero gli spiriti della città. O che avrebbero dovuto abitarvi. Un po’ come nell’Europa del Medioevo si riteneva che chiese e piazze fossero il cuore delle città. Per questo ancora oggi in Cina restano molte di quelle magnifiche porte. Sai come facevano gli antichi cinesi a costruirle?»
«Non ne ho idea», disse Sumire.
«Andavano nei luoghi dove in passato si erano svolte delle battaglie, e lì raccoglievano tutte le ossa, sparse per terra o sepolte, che riuscivano a trovare. In un paese ricco di storia come la Cina, i campi di battaglia non mancavano certo. Poi all’ingresso della città costruivano delle enormi porte in cui venivano incastonate le ossa. Gli abitanti speravano che, grazie a questo tributo in loro onore, i soldati defunti avrebbero protetto le loro città. Ma non era ancora abbastanza. Finito di costruire le porte, radunavano un certo numero di cani vivi e con il pugnale gli tagliavano la gola. Quindi versavano il loro sangue ancora caldo sulle porte. Mischiando le ossa consumate e il sangue fresco, gli antichi spiriti avrebbero acquistato un potere magico. O almeno questo è ciò che credevano.»
Sumire aspettava in silenzio il seguito della storia.
«Scrivere romanzi è un po’ la stessa cosa. Puoi raccogliere tutte le ossa che vuoi, costruire la porta più splendida del mondo, ma ciò non basta a produrre un romanzo che sia vivo. Una storia, in un certo senso, non appartiene a questo mondo. Per creare una storia è necessario un battesimo magico, che riesca a mettere in contatto questo mondo con quell’altro.»
«Cioè vorresti dire che anch’io devo trovarmi il mio cane.»
Annuii.
«E che devo far scorrere il suo sangue caldo.»
«Può darsi.»
Sumire si morse le labbra e restò per un po’ a pensare, lanciando ancora molti di quei poveri sassolini nel laghetto.
«Se possibile, vorrei evitare di uccidere animali», disse infine.
«Naturalmente intendevo solo in senso metaforico», spiegai. «Non voglio mica farti uccidere davvero un cane.»

E invece, anche se spiegare un apologo è una cosa che non andrebbe mai fatta, forse proprio di uccidere un cane si tratta. Murakami sembra dirci che bisogna saper costruire una grande e magnifica porta (per aiutarti a comprendere come si fa, un laboratorio di scrittura può esserti utile), poi raccogliere le ossa delle battaglie combattute (e scommetto che anche tu ne hai un bel po’ da accumulare), poi però devi trovare questo benedetto cane e far scorrere il suo sangue caldo (solo metaforicamente, eh!). Se non ci riesci proprio a uccidere cani, se non riesci a raggiungere la necessaria spietatezza quando metti in scena i tuoi conflitti, se il tuo sguardo sul mondo non è abbastanza “cattivo”, probabilmente non sei nato per fare lo scrittore. Proviamo con l’ikebana?