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Un altro mondo di James Baldwin (Fandango editore)

Contrapposizioni violente ma ammantate di appiccicosa accondiscendenza. La New York dei bianchi e dei neri, del mondo gay e di quello ferocemente etero, che si scompone in contraddizioni, nel bisogno curioso di esplorare le contraddizioni, l’ambiguità sottesa all’amicizia, anche quella più schietta e limpida.
I confini sembrano generosi, inerti, e invece sono estremamente taglienti, tanto che l’Harlem River, che scorre tra l’Hudson e l’East River, è la linea naturale di separazione tra due realtà che sono pacifiche solo finché non si scontrano.
Dove è accettabile avere un’amante di colore ma non lo è portarla a casa, farla conoscere alla famiglia in una tiepida domenica post prandiale.
Il dramma di questo mondo lacerato è incarnato da Rufus, che convive in un furioso menage domestico con Leona, ragazza bianca del sud, alla quale lui non riesce a perdonare l’amore che lei prova per lui. Attorno a Rufus, come in una piece teatrale in cui i protagonisti appaiono sul palco uno alla volta, ruotano i suoi amici. La coppia felice composta da Richard e Cassie, l’amico del cuore di Rufus, Vivaldo, aspirante scrittore di origine italiana, la sorella di Rufus, Ida, che cerca il riscatto da una vita da cameriera, nella facile prospettiva di una carriera musicale, per la quale esiste un chiaro prezzo da pagare.
L’ultimo a entrare in scena è Eric, amico di tutti ed ex fidanzato di Rufus, che torna negli USA per recitare in un film, dopo un lungo soggiorno in Francia.
Nel corso dell’autunno zuppo di pioggia, e nell’alternarsi delle stagioni nel corso dell’anno, vediamo le vite di tutti cambiare.
L’amore intenso e romantico di Ida e Vivaldo viene scosso dalle cose non dette, dalla profonda differenza che lei ha sempre ben presente e lui no, che la loro è una coppia mista, la cui unione è osteggiata da bianchi e neri.
Questa problematica era evidentemente cara a Baldwin, avendola vissuta sulla propria pelle, dato che la comunità nera non gli perdonò mai di avere un compagno bianco.
Ben lontani dal politically correct, da lettori assistiamo con il fiato sospeso alle ingiustizie, talvolta difficili da capire per una società dove le differenze non fanno capo ad un diverso colore della pelle, in cui una razza ha schiavizzato e torturato e considerato inferiore un’altra per secoli.
Anche l’apparente serenità del menage matrimoniale di Richard e Cassie è destinato ad aprire fratture, quando Richard pubblica un libro e diventa improvvisamente acclamato dal mondo intellettuale e borghese di New York. Dietro le lodi e la ricerca affamata di successo, Cassie vede le menzogne, la futilità, la mediocrità della scrittura del marito, diventando, come una novella Nora di Casa di Bambola, consapevole della sua identità non relegata in un ruolo asfittico di moglie plaudente e madre devota.
Ci sono morti e tragedie in questo libro, che accompagnano il sentire dei superstiti. In effetti la morte di Rufus è la catena scintillante che li tiene tutti legati, avvinti dal contraddittorio bisogno di perdonarsi, per non aver capito in tempo la disperazione di Rufus, e dall’incessante desiderio di autoaffermazione.
Un libro che parla di uno spaccato definito nella storia d’America, dove accanto a scene intrise di rabbia, come quella dove un gruppo di ragazzini neri picchia i due figli di Richard e Cassie (“Perché lo hanno fatto papà? Non li avevamo mai visti”), c’è il dolce, frenetico mormorio dell’umanità che sopravvive a tutto, lontana da scelte facili o comprensibili.
Eppure sono scelte dure, di donne e uomini che, forse, continuano a esistere nel nostro presente.

Mi accorgevo di come mi guardavano gli uomini bianchi, come cani. E pensavo a cosa farci con loro. Quanto li odiavo, loro e la loro maniera di guardare e le cose che dicevano, tutti ben vestiti della loro pelle bianca, e i loro abiti, e i loro piselli bianchi e mosci che gli ciondolavano tra le gambe. Potevi fare quel che diamine volevi di loro purchè li lasciassi far, perché avevano un solo desiderio, ed era di fare porcherie…e credevano che tu le sapessi fare. Tutti i neri lo sanno.

Solo i bianchi possono far finta di nulla, possono far finta di non capire le occhiate di riprovazione o di aperto disprezzo o di lascivia. Una ragazza nera non può mai. Perché è da sempre una preda.

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