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Più desolato di così

Dalla guardiola la portinaia pregava gli ospiti di attendere nella piccola sala d’aspetto, poi l’usciere li guidava all’ascensore. Accadeva di frequente che premesse il bottone con insistenza, senza ottenere alcuna risposta: salivano quindi ansimando tre piani di scale. La segretaria, dai radi capelli a frangetta, portava sempre plichi di carte con un’espressione sofferente. Forse manoscritti di aspiranti scrittori. Il suo ufficio alla Lloyd’s Bank era piccolo e stretto, una cella, non ci sarebbero state più di tre persone. Una libreria, lunga e bassa, in una rientranza del muro, la scrivania. In fondo, la finestra. Appesa a una parete la foto di Paul Valéry. Di lui diceva: “Era così intelligente da non avere ambizioni”.
Ai rari ospiti, in quella stanza angusta, T. S. Eliot offriva il tè e un maryland. Svizzero. Beveva gin. Frequentava un piccolo circolo in una laterale di St James Street, dall’illuminazione fioca. Un angolo nascosto, quasi segreto, un tipico edificio della Londra puritana.
Si definiva anglocattolico in religione, monarchico in politica, classico nelle lettere.
Quando seppe che volevano mandarlo a un congresso di poeti in Belgio, dove si sarebbe prima discusso di Europa e poi di poesia, rispose che era tutto a rovescio. Prima la poesia.
Durante la prima di Assassinio nella Cattedrale, un suo amico colse un discorso che lo commosse, riferì qualche anno dopo, ridendo. Due giovani chiacchieravano al bar, uno dei due voleva sapere dall’altro cosa ne pensasse delle poesie di Eliot. E l’altro rispose stupito: “Ma Eliot ha scritto anche poesie?” Il suo commento divertito, fu: “Eh, i giovani: l’istruzione (education) ammazza la poesia”.
Negli anni della guerra, dei Blitz, saliva sul tetto, una volta la settimana, secondo i turni, a far da sentinella per le incursioni aeree; se si trovava nella sotterranea, nel drammatico affollamento, sentiva il bisogno di uscire al più presto, di sfuggire da quella opprimente humanity. Non sono mai riuscita a immaginarmelo, a far segnali dal tetto, neppure nell’atto di trinciare il pollo, per la verità, come gli ospiti riferiscono facesse abitualmente nella sua casa di Kensigton, durante i ricevimenti.
Trascorreva l’inverno in Giamaica.
“Anche lo spirito dorme in questi casi”.
“Non è male che qualche volta succeda” Seferis, che fu il suo traduttore greco, lo incontrò appena tornato, in gran forma.
“Solo che poi mi annoio, alla fine”.
Scrisse la Terra Desolata in un periodo di malattia, la prima parte in una clinica, a Margate, i medici gli avevano prescritto riposo. Iniziò a novembre. “Più desolata di così!” disse un giorno. La ultimò in Svizzera e la inviò a Pound che ne espunse la metà.
Delle due guerre ricordava le rovine, i visi tesi, gli occhi sbarrati. Segni incancellabili. Amava la parola still, parola difficile. Un giorno gli chiesero se nel verso “still the horror” intendesse “ancora” o “quieto”.
“Vuol dire ancora” rispose.
Ancora l’orrore. Un balsamo, forse, la poesia.


Fonti: Giorgos Seferis, A Levant Journal – G. Seferis, Días 1925-1968

Thomas Stearns Eliot, noto come T. S. Eliot (Saint Louis 1888 – Londra 1965). Premio Nobel per la letteratura nel 1948, ha scritto poemi famosi come La terra desolata e Quattro Quartetti, saggi e opere teatrali come Assassinio nella cattedrale.