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Intervista metafisica a Giordano Tedoldi

Giordano Tedoldi è conosciuto come il cattivo della letteratura italiana, nella sua produzione artistica si possono elencare due fasi concluse e l’inizio di una terza. Alla prima appartengono i racconti: Io odio John Updike (Fazi 2006; 2° ed. minimumfax 2016), Steinbeck incluso nell’antologia La qualità dell’aria (minimumfax 2004) e la novella Deep Lipsia (Amazon self-publishing). Spiega l’autore: «Fase improntata alla violenza e alla distruzione della morale. Demolizione delle tradizioni letterarie (salvando solo qualche filamento della linea americana che collega E.A. Poe a J. Purdy) odio profondo per la letteratura italiana, bolsa e priva di pathos, di sangue e ossa. Misantropia e culto della distruzione e autodistruzione». Alla seconda i romanzi: I Segnalati (Fazi, 2013), Tabù (Tunué, 2017) e Necropolis (Chiarelettere, 2019). «Fase improntata alla caduta nel delirio. Ma l’allucinazione della Fase 1 si fa concettuale. Il passaggio dai racconti al romanzo stabilisce un mondo. Necropolis è l’uscita dal delirio, il risveglio».
Ho scelto Tedoldi per dare avvio a una serie di Interviste Metafisiche per la rivista “Dentro la lampada”.

Cos’è per te l’esistenza?

Immagino che l’esistenza sia autoconservazione, cioè lotta per la vita, come si dice darwinianamente. Su questo piano, un individuo non può variare o scartare, è segnato dal destino della specie. Nondimeno questa autoconservazione e questa lotta, mi sembra evidente, può declinarsi in modi diversi, perlomeno nel caso della specie umana. Non so se questo voglia dire che l’uomo può sottrarsi, esistendo, all’impulso di sopraffazione e dominio che sembra implicito nell’autoconservazione e nella lotta per la vita, ma di certo l’uomo, in quanto razionale, ha una peculiare capacità: quella del “negativo” come si dice in filosofia, cioè di negare, entro certi limiti, ciò che sarebbe suo destino biologico e dunque, per così dire, di modificare la sua natura (anche arrivando al paradosso di invertirne il corso). Dunque, secondo me, l’esistenza è questo gioco dialettico di biologia e “prima” natura e di razionalità “negativa” e “seconda” natura. Questo gioco porta alla continua variazione della definizione di esistenza e, quindi, a una certa consolante (o consolatoria?) libertà nella condizione dell’esistenza umana.

L’identità?

L’identità è approssimazione e distacco a un modello assente e invisibile e tuttavia presentito o agognato. La nostra coscienza ruota, come i pianeti attorno al sole, attorno all’identità e tuttavia proprio come i pianeti non devono cadere nel sole così la coscienza non deve cadere nell’identità, e del resto, mi pare, neanche può. L’identità è dunque al tempo stesso un guardiano e un pedagogo, un concetto guida e un concetto gabbia, orientativo e restrittivo. L’identità è anche il sentimento che, sotto le infinite maschere che nella nostra esistenza indossiamo, deve pur esistere una faccia, cioè la nostra faccia (la nostra anima, direbbe Savinio).

Il bene e il male?

Sono le due cose peggiori che esistano al mondo. Tutto ciò che viene compiuto in nome del bene o del male indifferentemente è orrido. L’uomo resterà una creatura primitiva fintanto che crederà di avere bisogno di queste due idee, di questi due alibi, di queste due cognizioni. Si dice che il bene induca a compiere azioni coraggiose: non è vero, induce a compiere azioni di cui non si capisce il significato solo perché sarebbero “buone”. Si dice che il male induca a compiere azioni audaci: non è vero, induce a compiere azioni cieche e puramente reattive contro coloro che compiono azioni “buone”, cioè contro degli inconsapevoli e irresponsabili.

Lo spazio e il tempo?

Mi fermo volentieri alla definizione kantiana: sono le condizioni a priori della nostra conoscenza empirica. Forme pure dell’intuizione sensibile. Ogni altra definizione è superflua e ridondante, e non vuole parlare dello spazio e del tempo, ma di ciò che si nasconde sotto o dietro dello spazio e del tempo (così ad esempio le teorie che li definiscono fenomeni “emergenti”). A me se spazio e tempo esistano obiettivamente (la questione era stata già risolta, ancora, da Kant, dichiarandola mal posta) oppure siano fenomeni meramente “emergenti” non importa per nulla.

La morte?

La morte è lo smascheramento della menzogna. Tutti mentiamo e recitiamo spudoratamente, con discreta abilità – nessuno con virtuosismo, direi. Noi ci meritiamo la morte perché abbiamo sempre mentito, abbiamo sempre lottato per ciò che non era veramente il nostro scopo; abbiamo sempre militato per le cause più sciocche e risibili; abbiamo sempre scritto libri che solo per caso hanno rivelato barlumi di bellezza; in poche parole, vivendo ci carichiamo di colpe e di peccati non verso un Dio ma verso ciò la nostra vita avrebbe dovuto e potuto essere. Più colpevoli di tutti, sono coloro che si sentono soddisfatti, “arrivati”, che hanno “svoltato” o che hanno fatto il “salto”. La morte li riafferra, là nelle alte quote dell’ipocrisia e dell’inganno in cui sono trasvolati, e li sbatte nell’annientamento. Come non essere grati alla morte? La morte è nostra madre.

La Storia?

Mi permetto di rinviare alla lettura del mio ultimo romanzo, Necropolis. Là c’è tutto quanto avevo da dire e avrò da dire sulla Storia.

Il presente?

Il presente obbedisce a un principio musicale: quello della variazione continua. Il presente è sempre uguale, sempre nostro, sempre lo stesso, sempre “la nostra giornata”, eppure ha pure qualcosa di nuovo, di diverso, un ingrediente preso dal futuro e digerito nel passato. Il presente, dunque, è il correlativo della musica. La musica, in particolare, acuisce il presente, lo “aumenta”. Ad esempio l’ascolto della prima sinfonia da camera di Schoenberg è una sottolineatura del presente, nel senso che gli eventi sonori sono indiscutibilmente percepiti nell’“ora” in cui accadono e sono, in certo modo, studiati per intaccarsi in quell’“ora”, per evidenziarlo, per renderlo più bello e decisivo. Esistono naturalmente molti sventurati non musicali, che vivono un presente privo di ritmo, di melodia, di armonia, e dunque in un certo senso sono già come pietre, insensibili. Per loro il presente è solo un lasciarsi vivere, un affaccendarsi in progetti e azioni dettate dal futuro, dalle ambizioni di vivere un giorno un presente. Non sanno che non c’è bisogno di essere ambiziosi per vivere il presente, ci vuole invece orecchio.

Il corpo?

Il corpo è una moda.

La mente?

La mente è la nostra anima, la nostra alleata, la nostra risorsa. Il fatto che la mente, secondo quanto dicono i neurologi, sarebbe solo un correlativo astratto di certe cellule, certi trasmettitori, certi segnali elettrici, non riesce a annullare lo sdoppiamento che pure fa’ sì che la mente sia la “mente”, e l’esperienza interna della “mente” altra cosa da cellule, trasmettitori, segnali elettrici: proprio perché la mente “emerge” come un’apparizione miracolosa che irrompe nel tempo e nello spazio. In altre parole la mente è la dimostrazione che i miracoli esistono, che le epifanie esistono, che le apparizioni esistono, che la metafisica esiste: ce l’abbiamo dentro di noi tutte queste cose in ogni istante in cui pensiamo, sogniamo, riflettiamo, ricordiamo. L’uomo ha una mente e dunque una scaturigine di visioni e miracoli.

Lo spirito?

Lo spirito è quella visione o meglio quel sentimento interno o meglio quella nota caratteristica di tutto ciò che ci colpisce come ciò cui non possiamo rinunciare e per il quale, forse, saremmo pronti a morire. 

La materia?

Una limitatezza a buon mercato, a disposizione di chi ha sempre amato più osservare il limite che ciò che lo supera. 

Il vuoto?

Il vuoto è difficile da definire e anche da accertare, ma è facile determinare alcune sue qualità: il vuoto è riposante, il vuoto è rasserenante, il vuoto è silenzioso, il vuoto è mistico, il vuoto è disumano, il vuoto è eterno.

Lo sguardo?

Lo sguardo non tutti ce l’hanno. Anzi, quasi nessuno. Perciò direi che lo sguardo è quella cosa che distingue chi ce l’ha da chi non ce l’ha, o, in altre parole, coloro che ci somigliano da coloro che non solo ci dissomigliano, ma ci sono del tutto indifferenti.

Il mondo?

Il mondo è indubbiamente un gradevole inferno.

Il cosmo?

Il cosmo, viceversa, è la nostra casa. La nostra vera casa. Le altre sono solo filiali dell’inferno.

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