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Appunti per un romanzo #4

Un tempo qualcuno ti aveva chiesto come mai fossi così sbrigativo con la lettura dello stipendio. E tu, olimpico, avevi risposto che non ti appassionavano i dettagli, ti bastava conoscere il totale che ti veniva accreditato sul conto infallibilmente ogni fine mese, quel totale che rivelavi a tutti spudoratamente, benché fosse tanto risicato, in quanto non facevi straordinari, neppure sotto richiesta esplicita dei capi. Li anticipavi, i capi, su quelle questioni. Tu alle 17.00 in punto dovevi essere fuori, su quella cosa non ci pioveva! Ma ormai s’erano dati pace! Tu per loro eri uno fuori di testa. Uno che faceva lo scrittore e il cinema e andava in televisione. Uno che stava ancora lì con loro chissà per quale insana ragione, forse solo per il gusto di rubare lo stipendio con la sua faccia tosta. E magari scriverci un libro! Aleggiava il sospetto, lo percepivi, non solo nella tua divisione, nell’aria straniata di certe facce, quasi che si mettessero già un poco in posa per te, per gli ipotetici lettori, vatti a sapere che gli frullava in capo a quella gente!

Ma eccoci finalmente al punto: – un collega che crolla sul piano della scrivania, sulla busta paga dunque, fulminato da un infarto. E tu sei l’ultimo a capire tant’eri assorbito dal romanzo. Ci metti forse un minuto o due a realizzare fino in fondo, quando già s’era formato un capannello di persone che lo nascondono al tuo sguardo. E già qualcuno si pone il problema di cosa fare del corpo, se adagiarlo per terra o lasciarlo dov’è tutto contorto e gobbo abbracciato alla scrivania di lavoro. Come in quel celebre disegno di Goya Il sonno della ragione genera mostri che da qualche parte avevi visto, dove però sopra il capo dell’uomo volteggiavano dei mostri alati mentre qui al di sopra non ci stava che l’aria viziata della stanza. C’era un viavai frenetico di gente adesso, i paramedici del centodiciotto che qualcuno aveva inutilmente chiamato. E frotte di colleghi provenienti da ogni divisione…

E tu intanto rimuginavi su quella faccenda strana, che fra le due morti, quella della tedesca violentata, che avevi concepito, e quella del collega infartuato, fosse trascorsa appena qualche ora. E se l’una morte avesse indotto/innescato l’altra? La tua scrittura aveva dei poteri straordinari che non sapevi ancora dominare come in un racconto nero di King? Ti ponevi queste domande strane e balorde, come sempre in disparte, lontano dal mucchio vociante e operoso, osservando quasi dal di fuori la baraonda, come una macchina da presa. E con un senso quasi di sollievo dentro per quella distrazione forzata dal lavoro – anche questo va detto pure se non ti fa onore. Dall’atmosfera del lavoro nella sua rappresentazione quotidiana. Quel morto era comunque un diversivo dal mortifero ingranaggio della banca.