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La rivincita del Caparra

(ogni riferimento a film, luoghi e fantasmi è fortemente voluto)

Quando arrivarono davanti alla Torre del Quadraro a Piazza dei Consoli, Francesca scese dalla macchina incuriosita; era veramente una struttura interessante e la calorosa accoglienza che riservarono a lei e al marito la mise di buon umore. Il discorso politico di Sandro si svolse nel cortile recintato da alte mura color ocra ma la fase del rinfresco li portò all’interno, nelle sale pavimentate dal cotto simil antico, interrotto da squarci di vetro blindato che lasciavano trapelare frammenti di vecchi lastricati. La donna si guardò intorno e, allontanandosi dal marito, preso dai convenevoli con gli anziani del centro, si abbandonò all’istinto avventurandosi nelle sale. 
Un leggero brivido di freddo la percorse all’improvviso e la donna si allertò. Ma la curiosità ebbe la meglio e, quando arrivò davanti a una pennellata sull’angolo del muro, sentì come una carezza leggera sul volto. Rimase impassibile mentre il brivido si spostava sulla schiena: sembrava ci fosse qualcuno che le girasse intorno stuzzicandola con fare sensuale, sfiorandola con tocchi delicati.
Sussurrò a voce bassa: ”chi sei?” e per tutta risposta avvertì uno spostamento d’aria. Come se la presenza smascherata fosse rimasta spiazzata dalla sua intraprendenza e si fosse allontanata velocemente.
Con le mani toccò di nuovo la pennellata purpurea, sembrava un tratteggio fatto con la punta inversa del pennello, e l’aria incuriosita si trasformò immediatamente in attrattiva pura.
“Molto interessante” sussurrò.
Una bella donna dal viso rugoso la raggiunse per offrirle un prosecco in un bicchiere di plastica giallo, Francesca accettò gentilmente e ne assaggiò un sorso ma, rimasta di nuovo sola, posò il bicchiere sul muretto e tornò a osservare quel tratto di pennello. Attese qualche minuto ancora, la sensazione che aveva avuto all’inizio era scomparsa e si rasserenò, pensando a un piccolo scherzo del suo inconscio. Ma come avviò qualche passo in direzione del marito che la stava salutando con la mano, il bicchiere sul muretto cadde, rovesciando a terra tutto il suo contenuto.
La donna di prima tornò tempestiva con uno straccio e Francesca si offrì di asciugare il liquido appena versato: “mi scusi, signora, devo averlo urtato inavvertitamente, lasci fare a me…”
“Ma scherza?”, rispose quella, chinandosi a pulire la piccola pozzanghera. 
Fu in quel momento che si sentì accarezzare i capelli; i muscoli del viso si irrigidirono ed ebbe la conferma che le sue sensazioni fossero esatte: in quella sala c’era una presenza che richiedeva la sua attenzione in modo burlesco. Chi poteva essere?
Sandro la raggiunse a passi veloci, le fece l’occhiolino e le sussurrò: “andiamo?” 
Si accomiatarono dopo qualche minuto e, appena salirono in macchina, divenne molto seria.
“Dai! Non fare quella faccia! Non è stato poi così male, erano tutti estremamente gentili e mi hanno fatto un sacco di complimenti su di te… “
“No, non è per quello…” sottolineò la donna “sai quelle cose che mi succedono? Percezione e varie?”
“Che cosa hai sentito? Che è stata inutile questa visita? Pensi che non mi voteranno?”
“Guarda, non ne ho idea! Quello che ho percepito è stato ben altro… a proposito, prima mi hai detto che conosci il presidente, è lui che ti ha invitato, vero?”
“Si, perché? E’ una brava persona!”
“E potresti farmi un favore?”
“Vuoi iscriverti al centro anziani?” Sandro sottolineò questa battuta con una risata grassa.
“Dai, non fare lo scemo, c’è qualcosa che mi ha incuriosita e che vorrei approfondire, però mi piacerebbe tornarci quando non ci sono altre persone, pensi sia possibile? Puoi chiederglielo?”

“Mah! Non penso ci siano grandi problemi. Domani lo chiamo e sento. Ma perché?”
“E’ una cosa di quelle mie, non mi fare troppe domande, sensazioni… però ho bisogno di tornarci e confido in te e nella tua influenza politica”, lo disse come se lo stesse prendendo in giro.
“Ah! Ora ti interessa il mio ascendente istituzionale, che novità!”
“Quello che mi sta a cuore è solo tornare lì dentro con calma. Mi aiuti?” 
Dopo quattro giorni, all’imbrunire, la donna varcò di nuovo il cancello del centro per anziani La Torretta, il presidente l’aveva accolta su richiesta del marito dopo l’orario di chiusura del circolo. Ora la stava accompagnando all’interno della struttura e, con fare molto gentile le sottolineò:
“Si prenda tutto il tempo che vuole, l’assessore mi ha detto che lei è un’appassionata di storia dell’arte e comprendo bene come questo luogo possa averla affascinata. Per me è un onore che lei sia qui e comunque, stia tranquilla, devo rimanere per sistemare delle pratiche in ufficio. Vorrei si sentisse a casa sua…” e subito dopo scomparve nella stanza attigua, chiudendosi la porta alle spalle. Un brivido di imbarazzo la avvolse appena rimase sola, si guardò intorno furtivamente e si recò senza indugi nella seconda sala, dove il tratteggio fatto con la punta inversa del pennello l’attraeva più di un richiamo da sirena omerica. 
Tirò fuori il telefono e fece una foto del particolare, poi guardò sullo schermo per controllare se l’immagine fosse a fuoco ma vide solo una parete bianca. Tornò sul simbolo con la macchina fotografica e pigiò di nuovo, lo fece per tre volte di seguito e controllò lo schermo. Niente. Le foto ritraevano semplicemente una parte del muro. Toccò ancora la pennellata per sincerarsi della sua presenza e scattò una serie di immagini che continuavano a non avere un risultato visivo. All’improvviso, a un paio di metri da quella comparve una pennellata gemella, la donna si avvicinò ma fu distratta da continue nuove pennellate che apparivano convulsamente fino a stendersi sulle altre tre pareti della stanza, erano tutte identiche ed erano un’infinità! 
Un rossore pieno le caricò il volto ma non perse il controllo, distribuì il peso del corpo bilanciandolo sulle gambe, cercando un’aderenza totale al pavimento e, con tono basso, chiese: “Chi sei?”
“Il Caparra, per servirla!” una voce imperiosa risuonò nel vuoto della stanza.
La donna chiuse gli occhi e inspirò profondamente, lo fece diverse volte, rallentando il respiro fino a portarlo su una frequenza quasi meditativa.
“Bene. E dove si trova ora?”
“Esattamente dietro di lei.
Ora alla sua destra.
Ora davanti a lei.
Riesce a vedermi? Ci provi!” 

La donna indietreggiò istintivamente e spalancò gli occhi.
Vide una figura sfocata, con i capelli biondi che sembravano tinti, indossava una camicia dalle maniche larghissime, strette al polso, e un gilet grigio tutto macchiato di colori a tempera sul quale svolazzava un mantello di velo, in mano aveva un pennello della dimensione ideale a lasciare quelle pennellate che aveva visto poc’anzi e che, ora, erano sparite tutte insieme. Il labbro inferiore cominciò a tremarle.
“Non deve aver paura di me, sapevo che saremmo riusciti a entrare in contatto, la stavo aspettando da cinquantotto anni! Dal 1961!”
“A me!”
“Bé, diciamo che non sapevo chi sarebbe arrivato, ma avevo la sensazione che prima o poi sarei riuscito a parlare con qualcuno in grado comprendermi”
“Cosa glielo fa supporre?”
“Lei si intende di arte, vero?”
“E’ il mio lavoro, ma non vedo a cosa possa servire!”
“E’ pronta per vedere qualcosa di veramente forte?”
Francesca socchiuse e poi batté gli occhi, come se fosse accecata da una luce violenta ma invece, quello che le si stagliò davanti, fu un’opera d’arte dal sapore caravaggesco.
Un bellissimo quadro dal fondale scuro ritraeva una fanciulla con una ghirlanda di frutta sul capo, che teneva tra le mani un violino. Le vesti erano ocra e bordeaux e un drappo color verde bottiglia, che sembrava essere di velluto vero, le scendeva da una spalla attraversandole il torace e poggiandosi delicatamente sui rilievi del seno voluminoso. Nonostante la base del dipinto, di tono molto scuro, la ragazza sembrava essere illuminata da una luce naturale che le faceva rifulgere il volto e creava un gioco di ombre, a dir poco, suggestivo. La donna assunse un’aria incantata per alcuni secondi, poi sussurrò:
“Rimarrà o sparirà come le pennellate sul muro?”
“Nulla è sparito, è solo invisibile agli occhi di chi non può vederli”
“Cosa intende dire?”
“Questo!”
La donna rimase senza parole. All’improvviso, tutte le pareti della stanza si mostrarono nel loro splendore; accanto al quadro della ragazza ne apparvero una decina. La donna cominciò a camminare lentamente, non sapeva più dove guardare ma le sembrava di essere in un museo; a ogni suo passo, nuovi scenari dipinti si aprivano in tutta la loro bellezza. Volse lo sguardo in alto, verso gli affreschi del soffitto e un sorriso di meraviglia si impadronì dei suoi lineamenti.
Sentiva che doveva andarci in quel posto!
Aveva percepito una vibrazione avvolgente quando era entrata la volta precedente, ma i suoi occhi scettici non erano stati in grado di accogliere quell’emozione per renderla visibile.
“Sono anni che dipingo questo posto, quando lo hanno costruito non era così bello, era una torretta di controllo in comunicazione con le altre sparse a Roma. Era comoda in tempo di guerra perché questo quartiere è sempre stato antifascista, così tanto che per sfuggire ai tedeschi si diceva:o vai al Vaticano o al Quadraro.
Qui ci hanno sempre abitato abusivamente delle famiglie, aumentate di numero dalla seconda guerra mondiale in poi. Per un lungo periodo è rimasta abbandonata e stava andando in rovina, c’era solo un distributore, si, proprio uno di quelli per mettere la benzina nelle macchine! Poi hanno tolto anche quello e l’hanno ristrutturata per farci il centro anziani! E mentre loro credevano di passare la tinta bianca sulle pareti, io, con i miei pennelli da fantasma, le rendevo sacre di arte.”

“Quindi, tutti i quadri e gli affreschi che sto vedendo, li ha dipinti Lei?”
“Già!”
“Ma sono bellissimi! Potrebbero essere del Caravaggio!”
“E’ proprio qui che sta il problema!” la voce era scesa di un paio di toni, sembrava mortificato.

“Cosa intende dire!”
“E’ una lunga storia… “
In quel momento la porta dell’ufficio si aprì e il presidente del centro anziani le andò incontro, 
chiedendole se andasse tutto bene e quanto tempo pensava ancora di dover spendere in quella sala. “Ho quasi finito, grazie!”
“Non possiamo parlare ora, la storia come le dicevo è lunga e ha a che fare anche con quel film nel quale mi coinvolsero: Fantasmi a Roma, mi sembra si chiamasse! Ma non credo lo abbiano visto in molti, sennò sai in quanti sarebbero venuti in pellegrinaggio qui? Invece vanno tutti in quegli stabilimenti finti, Cinecittà, mi sembra si chiamino… “ disse Il Caparra 
“Lei mi dice quando vuole andare e io l’accompagno alla macchina… “ si propose il presidente.

“Se vuole può tornare domani sera per finire il discorso, ma incontriamoci fuori, così possiamo stare da soli. Ci vediamo su una panchina della piazza, non si preoccupi dell’orario, io la vedrò arrivare tanto non dormo mai e poi, per me, il tempo non ha importanza!” le suggerì Il Caparra. La donna, ora, stava ascoltando sia la voce dell’uomo che quella del fantasma e si chiese se trapelasse una certa confusione dal suo sguardo. 
“Va bene!”
La risposta fu consona per entrambi e dopo qualche minuto si ritrovò seduta nella sua macchina, anche se passò parecchio tempo prima che riuscisse a mettere in moto, doveva scaricare la tensione che quell’esperienza le aveva fatto accumulare. 
La sera stessa cercò on line il film che aveva sentito nominare dal fantasma, lo scaricò e lo fece andare almeno un paio di volte, le piacque veramente tanto e si rammaricò di non averlo mai visto prima, anzi, di non conoscerne proprio l’esistenza. Era una sceneggiatura di Flaiano, con la regia di Pietrangeli, una commedia fantasy, un mix di sentimenti buoni e trovate comiche intelligenti, sembrava una favola a lieto fine, con una morale sana. 
Fece mente locale sulla trama e su alcuni particolari che avevano destato in lei più interesse: un anziano principe, Annibale di Roviano, vive nel suo palazzo storico nel centro di Roma, accettando la presenza dei fantasmi che lo abitano: suo fratello maggiore, morto bambino; un frate del ‘600; Donna Flora, vissuta nell’800; e Reginaldo, bisnonno libertino di Annibale, vissuto nel ‘700.
Ma quando il principe muore, il suo erede decide di vendere il palazzo di famiglia.
Per evitare che ciò accada, i fantasmi decidono allora di coinvolgere il famoso fantasma-pittore del seicento, Giovan Battista Villari, detto “Il Caparra”, per chiedergli di dipingere un affresco in una sola notte, così da farlo trovare ai periti l’indomani e riuscire a bloccare la vendita dell’immobile agli speculatori che vogliono abbatterlo per farci un supermercato.
Grazie a questa idea i fantasmi riusciranno nel loro intento ma il critico d’arte che perizierà l’affresco lo attribuirà a Michelangelo Merisi, ovvero il Caravaggio, e Il Caparra ne rimarrà beffato.
Lo vide con molta curiosità e si sentì pronta per l’appuntamento della sera dopo. 
Quando Il Caparra la osservò arrivare, notò pure che la donna stava scegliendo una panchina isolata, la più lontana possibile dalle persone che ancora sostavano in mezzo ai giardini di Piazza dei Consoli, la spiò sedersi con le mani in grembo mentre un nervoso ticchettio del piede destro le regalava un tremore alla gamba. La raggiunse in un attimo e, senza preamboli, cominciò a parlare fittamente: “le devo raccontare una cosa importante, io sono nato nel 1573 e sono un pittore, ma tutta la mia vita è stata un rincorrere la notorietà.
Quel film di cui le accennavo, poi, fu un’esperienza terribile, il colpo di grazia al mio ego! Successe una brutta cosa con un mio affresco, quello che mi chiesero di fare a palazzo Gambirasi, di fronte alla Chiesa di Santa Maria della Pace. Con quello io salvai il palazzo dalla vendita speculativa a un supermercato ma fui gabbato da un critico d’arte che altro non fece che far riaffiorare antichi dolori.
Vede, io e Michelangelo Merisi eravamo cresciuti insieme pittoricamente, solo che lui poi divenne il Caravaggio e io rimasi nell’ombra. Ma molti dei dipinti che gli sono stati attribuiti, in realtà, sono opera mia e questo posso provarlo!”

“Si calmi!” disse imperativa Francesca. 
Una donna che stava passando con il cane, la sentì, si voltò e le chiese:”ha detto qualcosa?”. Francesca fece segno di no con la mano e divenne silenziosa fino a quando non si ritrovarono completamente soli, poi proseguì:
“Ho visto il film, se è a quello che si riferisce!” 
Il volto del fantasma si distese, schiarendosi, e quasi divenne trasparente, tanto che Francesca ne perse i contorni per un po’ e gli chiese:”tutto bene?”
“Si, ma non è solo il film, almeno con quel critico mi sono sfogato, l’ho fatto rotolare giù per la scala e si è rotto una gamba! La cosa che veramente mi duole è la beffa di non essere mai riconosciuto per i miei lavori. 
Invece il Caravaggio! Oh, lui! Quello si prende tutti i meriti!
Eppure, ogni volta che aveva guai con la legge, e succedeva spesso, mi creda, chi era che portava avanti i suoi lavori?” lo disse con la voce spezzata dalla rabbia “quando lo arrestavano per risse, possesso d’armi, ingiurie a guardie cittadine o addirittura omicidio, chi crede che continuasse a seguire tutte le sue opere?
Ti prego, Giovan Battista, pensaci tu, mi diceva, sennò non pagano nemmeno questa volta! Mi implorava e piagnucolava mentre lo portavano via… e alla fine nemmeno un riconoscimento! Ma io ho la prova delle opere che mi appartengono, il mio tocco particolare, quel tratto preparatorio che lascio da sempre su una nuova opera, iniziando con una pennellata fatta con la punta inversa del pennello in alto… “

“Ma quello, secondo gli ultimi studi, è il tratto inconfondibile del maestro Michelangelo Merisi, il Caravaggio! Numerosi critici d’arte lo hanno appurato!” la donna lo guardava con interesse ma cominciava a essere sconvolta da tali affermazioni.
“No, glielo assicuro, quello è il mio tratto! Lo faccio da secoli! Ha visto tutti quelli che sono comparsi sulle pareti del centro anziani? Sono i tocchi d’inizio delle opere che poi ha potuto osservare nell’insieme… quella è la mia firma e vale più di un nome scritto in basso o della teoria di un critico d’arte! Ma si sa, la fiaccola dell’ignoranza ha appiccato fuoco al mondo!”
Aveva ragione, Francesca sapeva che le attribuzioni erano difficilissime, ricordava il caso del “Martirio di Sant’Orsola” che aveva fatto scalpore nel mondo dell’arte. L’opera era stata dapprima attribuita al pittore Mattia Preti, detto il “Cavaliere Calabrese” e poi, dopo vent’anni, erano usciti dei documenti attestanti che la tela era stata realizzata dal Caravaggio poco prima della sua morte.
E poi lo conosceva bene quel mondo, era così difficile avere la certezza dell’attribuzione di un’opera, e soprattutto riguardo a Michelangelo Merisi, che era sempre stato uno dei più controversi. La vera e propria conoscenza dei periti era accreditata dalle pubblicazioni e dalle ricerche scientifiche; la credibilità nasceva, però, solo dalla capacità dimostrata già in altre occasioni. Ma anche gli esperti possono compiere errori, la storia dell’arte non è una scienza esatta ma in continua evoluzione.
Si sentiva frastornata, empaticamente in linea con il disagio di Giovan Battista Villari, Il Caparra. Certo, se fosse stato reale il calvario pittorico che le stava raccontando, aveva ragione a essere così arrabbiato. Poveraccio! Non le sembrava un bugiardo, del resto tutto quello che aveva sentito dire da lui fino a quel momento era vero.
Da studiosa, conosceva le peripezie di vita di Michelangelo Merisi, la sua aggressività, il suo carattere focoso e tutte le vicissitudini che Il Caparra gli aveva narrato sul suo conto: le risse, le ingiurie, e perfino l’omicidio! Francesca cominciava a comprendere il risentimento che quell’uomo covava nei confronti degli estimatori d’arte.
Ma lei cosa avrebbe potuto fare?
Si sentì in forte imbarazzo e dopo averlo osservato nella sua muta disperazione si congedò semplicemente dicendogli. “Mi spiace, comprendo la sua contrarietà ma non posso esserle d’aiuto. Ora è tardi, devo andare!”.
Lasciò il Caparra su quella panchina, avvolto nel suo mantello trasparente e il capo chino. Sicuramente lo aveva deluso anche lei, e se ne rammaricò. 
Passarono i mesi invernali, nel frangente Sandro fu eletto assessore e tornò a salutare gli amici della Torretta del Quadraro che tanto lo avevano sostenuto nel suo percorso politico. L’uomo avrebbe voluto condividere almeno quella visita con la moglie Francesca ma questa quasi si innervosì alla sola proposta. Negli ultimi tempi era sempre scontrosa e aveva ripreso a viaggiare molto per lavoro. “Ma sono necessarie tutte queste spedizioni nelle città d’arte? Ultimamente sei stata a Firenze, a New York, a San Pietroburgo, a Parigi, Berlino e Madrid! E quando sei a Roma vivi stabilmente tra la Chiesa di San Luigi dei Francesi e la Basilica di Santa Maria del Popolo, sei più in giro di me nel periodo della campagna elettorale!” le sottolineò Sandro con fare leggermente scocciato. 
“Troppo lunga da spiegare ma sto lavorando sull’identificazione stilistica di un pittore ed ho bisogno di approfondimenti dal vero sulle tele esposte nei vari poli museali” Francesca liquidò con queste parole la curiosità del marito.
Era dalla sera dell’incontro che la donna non si dava pace, all’inizio aveva cercato di resettare le parole del Caparra ma qualcosa che le nasceva da dentro, una specie di ribellione mista a un senso di giustizia, la spingeva a cercare elementi che ormai ben conosceva e che la stavano portando a trarre delle conclusioni che mai si sarebbe aspettata. 
Fu in una sera dei primi di giugno, una di quelle calde ma alitate dal vento leggero del ponentino romano, che si mise in macchina e percorse tutta la via Tuscolana fino ad arrivare in quella Piazza dei Consoli dove aveva avuto l’appuntamento con Il Caparra. Parcheggiò e buttò un occhio verso la Torretta, poi, muovendosi con circospezione, tornò sulla stessa panchina dove si era sentita impotente davanti a tanta ingiustizia artistica e lasciò una copia della rivista d’arte tra le più prestigiose, che sarebbe uscita nelle edicole la mattina successiva. 
Quando fu al volante e fece per mettere in moto, lo vide.
Giovan Battista Villari, detto Il Caparra, forse incuriosito dal suo arrivo, aveva raggiunto la panchina e ora stava leggendo l’articolo: 

Dopo accurate ricerche bibliografiche e stilistiche, dalle quali emerge una commissione delle opere sostenuta da strumenti di carattere documentario e filologico, la dottoressa Francesca Di Pinto, scatena una bufera nel mondo della Storia dell’Arte caravaggesca.
La studiosa e critica d’arte sostiene infatti che “Il Bacco” del Caravaggio, custodito alla Galleria degli Uffizi e considerato un autoritratto dall’artista elaborato attraverso un sistema di specchi, apparterrebbe invece al pittore che avrebbe ritratto il Merisi, e più precisamente a Giovan Battista Villari, più noto come Il Caparra. Lo stesso dicasi per “Davide e Golia”, esposto al Museo del Prado e per il “Martirio di San Matteo”, conservato nella Chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma. 
Solo nella conferenza stampa del prossimo dodici giugno si svelerà l’arcano anche sulla paternità di una delle opere più rappresentative di Michelangelo Merisi e sulla quale sembrano esserci molti dubbi: Scudo con testa di Medusa, custodito presso gli Uffizi.
Le ricerche sembrerebbero essere partite da un particolare ricorrente che l’artista, Il Caparra, aveva l’abitudine di lasciare sulle sue opere, un segno che faceva con la punta inversa del pennello, quasi un tratteggio preparatorio, che era stato erroneamente attribuito al Caravaggio ma che non è stato trovato in tutte le altre sue opere. 
A breve gli aggiornamenti del caso. 

Mentre inseriva la seconda, controllando la situazione dallo specchietto retrovisore, Francesca si accorse che molte delle persone presenti nella Piazza indicavano le fronde degli alberi che si erano messe a ondeggiare vorticosamente, ma solo lei poteva vedere Il Caparra volteggiare come impazzito, in preda a una risata isterica di felicità. 

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