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The Twilight Zone

“Non voglio dimenticare” ripete il nonno, rannicchiato nel letto in posizione fetale. “Non voglio dimenticare”.

Ogni volta che torna dall’ospedale psichiatrico, il nonno perde un pezzo. Due anni di scuola di Sofia, sei mesi di vita con la nonna, il gusto del suo piatto preferito.

“Ho mai mangiato la pasta e fagioli, io?” dice ruotando il cucchiaio nella scodella e ammucchiando i legumi sul bordo. 

Sua moglie si limita a sostituirgli le pietanze, senza obiettare. L’estate dell’82 è un’apoteosi di pesce e molluschi. Lui che il sapore del mare non l’ha mai sopportato, che viene dalle colline lombarde e ha seguito la nonna in Romagna solo per assecondarla, lui di punto in bianco venera il branzino, la frittura di calamari e gli spaghetti alle vongole.

“Non voglio dimenticare” e si rigira sull’altro fianco.

Magda, seduta in pizzo al materasso, gli guarda le tempie. Ci sono dei segni di ustioni tondi come monete, simili a quelli che gli tempestano la schiena, più rossi e più grandi. Quando era molto piccola chiese alla nonna cos’erano quelle strane macchie sul corpo del nonno. “Nei” fu la risposta. 

“Ma quali nei,” dice Sofia mentre si cambiano il costume nella cabina “sono bruciature di sigaretta. Gliele hanno fatte i tedeschi”. Tra un romanzo e l’altro della serie estiva di Urania, Sofia, nove anni e mille lentiggini, trova il tempo di documentarsi sui metodi di tortura. “E sulla testa è stato l’elettroshock. Glielo fanno i dottori”. 

Quest’anno, nell’ultimo scaffale in alto della libreria, è comparsa una fila di libri, tutti con la stessa copertina: i dieci volumi della raccolta “Crimini nazisti”. Vietatissimi alle nipoti, tanto fin lassù non riuscirebbero ad arrivare. La nonna, dopo che la sera si mettono a letto – Magda con lei nel matrimoniale e Sofia nella brandina accanto – legge sempre fino a tardi. Fino a quando non si addormenta con la luce del comodino accesa, gli occhiali inclinati sul naso e il libro appeso tra le dita come una foglia sui rami in autunno. E non può accorgersi di Sofia, distesa di fronte a lei e ancora sveglia, mentre le sfila l’oggetto proibito dalle mani. 

Così nazismo e medicina psichiatrica, nell’immaginario delle due sorelle, sono legati da una lugubre parentela.

“Non voglio dimenticare”.

“Io sì, ma solo le cose brutte, nonno” dice Magda accarezzandogli il dorso della mano che penzola fuori dal letto.

“Maddi, tesoro, le bambine non dovrebbero avere brutti ricordi”. E intanto si solleva un po’ per mettersi seduto contro la testiera.

“Perché… tu non ne avevi?”

Il nonno sorride chiudendo gli occhi e scuotendo la testa. “Qualcuno, Maddi. Ma erano altri tempi. E in ogni modo fatico a tenerli a mente. Anche quelli da grande”.

“I geloni!” Magda ricorda tutti i suoi racconti, l’infanzia vissuta in miseria, la guerra.

“Oh… certo. I geloni”.

“E il tuo amico Spizzamiglio, punto da uno scorpione mentre dormiva vicino a te, in Africa”.

“Spizzamiglio…?” il nonno sembra incerto.

“Sì. E la casa che ti crollò in testa per una bomba”.

“Vero. Non riuscivo a respirare. La nonna mi diede da mettere sulla bocca un fazzoletto bagnato”.

“Nonno, io ho una memoria da super eroe. Non dimentico niente. Se vuoi, li conservo io i tuoi ricordi. E quando ne hai bisogno te li presto”.

“Che idea fantastica, tesoro”.

Magda trilla per l’impazienza. “Iniziamo, nonno? Iniziamo?”

“Subito?”

“Sì, oggi mi dai un ricordo brutto e uno bello. Facciamo due al giorno”.

“Va bene, Maddi. Parto con quello brutto. Sei pronta?”

C’era un accampamento militare, dove lui un tempo faceva il soldato. E un’asina nella stalla con il suo cucciolo appena nato. Quando arrivò Natale, anche se in quel posto caldissimo sembrava un giorno come gli altri, il capitano decise di festeggiare. Organizzò per gli ufficiali un pranzo a base di carne fresca. La voleva tenera, la preferiva giovane. Perciò due uomini andarono a prendere l’asinello e lo ammazzarono con una fucilata di fronte alla madre. Quella si mise a urlare, urlava talmente forte che non si trovava il modo di farla smettere. Urlò tutta la notte e pure il giorno seguente. E la notte dopo, di nuovo. E il giorno successivo, non si fermava mai. Al nonno quel raglio disperato faceva star male, più di tutti gli altri orrori che aveva visto in guerra. Si tappava le orecchie, non voleva sentirlo. Che bisogno c’era di uccidere l’asinello?, continuava a chiedersi. Che bisogno c’era? 

Nel raccontarlo i suoi occhi diventano umidi e rossi.

Anche a Magda viene da piangere, allora decide di passare all’altro ricordo. “Quello bello, ti prego”. 

L’uomo volta la testa di lato, verso la finestra che guarda sul mare. La stanza dove dorme solo, per non disturbare il riposo altrui coi suoi incubi, è a occidente. 

“Il crepuscolo” dice.

“Com’è il crepuscolo, nonno? Non ci ho mai fatto caso”.

“Il crepuscolo è adesso. Vedi? Quel momento della giornata che non è più tramonto ma neppure notte. Quando il sole si è nascosto dietro l’orizzonte e la luna deve ancora arrivare. Guarda. Guarda che luce particolare, Maddi. È magica. Sembra polvere di fata. Tutto diventa possibile sotto questa luce. Stasera il crepuscolo è più bello del solito. Fotografalo nella tua testa, Maddi, tienilo a mente per me”. E anche se sta descrivendo il ricordo bello, il nonno ha lo stesso gli occhi lucidi. Scivola verso il fondo del letto e si ripiega per l’ennesima volta sul fianco.

Magda fissa a lungo il cielo, l’acqua sotto di esso, gli ombrelloni chiusi sulla spiaggia. Infine, quando cala il buio, si distende sulle lenzuola accanto al corpo del nonno, a cucchiaio, con la testa adagiata tra le sue scapole.

“Vorrei tanto che tu guarissi. Tanto tanto”.

Lui emette un sospiro lunghissimo, che termina in un lamento. Poi per gradi il lamento diventa soffio, scivola dentro e fuori la gola con delicatezza, raspando un poco.

“Nonno, dormi?”

Silenzio.

“Nonno…?”

La bambina conosce bene il ritmo di quel riposo. È un riposo chimico, pastoso e greve. È un riposo malato. Allunga le dita verso la testa del nonno e gli sfiora una tempia, seguendo col polpastrello dell’indice il cerchio di carne bruciata. Magari suona, come il bordo delle coppe di cristallo. Magari sparisce. 

Magari guarisce.

Non devo dimenticare, pensa Magda, rannicchiata in posizione fetale. Non devo dimenticare. 

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