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Tutta colpa delle alici!

Quando la scuola di scrittura Genius mi ha invitato a una serata su l’insostenibile leggerezza dell’essere mi è preso un accidente. Per me quello che era successo intorno al film e al romanzo di Kundera apparteneva al mio passato, invece ora si stava ripresentando. All’inizio non ho accettato l’invito, ma quei ricordi hanno cominciato a riproporsi e anche se provavo ad allontanarli, continuavano ad andare su e giù come i peperoni. Dovevo prendere atto che la teoria dell’eterno ritorno di Nietzsche era vera e questo riproporsi degli eventi, di cui parla anche Kundera senza citare i peperoni, stava capitando anche a me. Infatti non poteva essere una coincidenza che la scuola avesse scelto proprio quel libro, e io mi trovavo davanti a un segno, un richiamo a cui non potevo sottrarmi. Per cui ho deciso di accettare. 

La serata era di quelle a tema che unisce letteratura e degustazione e a scuola si respirava un’aria rilassata. Eppure avevo l’ansia a mille. Per fortuna il fatto del cibo giocava a mio vantaggio: mentre Paolo Restuccia e Lucia Pappalardo leggevano parti del libro io ero impegnata a gustare i manicaretti di Andrea Fassi, invece durante la proiezione del film sorseggiavo il vino. In questo modo tenevo i ricordi a distanza e mi sentivo al sicuro. Ma quando hanno messo la musica di Beethoven chiedendo di scrivere un racconto ispirato a Kundera, mi è preso il secondo accidente. Non mi mancava certo l’ispirazione, avevo una storia intera da raccontare dove c’era persino la stessa musica in sottofondo. Però non volevo scrivere qualcosa di cui mi vergognavo. E poi quello che avevo vissuto era così assurdo che non ci avrebbe creduto nessuno. A quel punto ho capito che potevo raccontare la verità tanto avrebbero pensato che fosse frutto della mia fantasia. Anche Kundera dice che è stupido per lo scrittore convincere che i suoi personaggi siano reali. E con la scusa che fosse tutta un’invenzione mi sono messa a scrivere. 

La mia storia comincia un sabato mattina mentre faccio colazione con Luca.

– Che c’è amore? – gli chiedo.

– Niente – risponde lui.

– Non è vero, da quando abbiamo visto l’insostenibile leggerezza dell’essere sei molto silenzioso.

– Diciamo che il film mi ha un po’ turbato. Altro che leggerezza mi sento così pesante…

– Scusa ma non conoscevi già la storia, anche tu hai letto il romanzo, no?

  – Sì, però quando l’ho letto non stavamo insieme.

– Che vuoi dire che il turbamento è legato a me?

– Be’ con tutte quelle scene erotiche, un uomo con tante donne…

– Oh, non farti venire idee strane perché io il tradimento non lo accetto. 

– Tranquilla, il problema non è il tradimento.

– E cosa allora?

– Tra noi non c’è più la passione dell’inizio. Sei diversa.

– Cioè sono una gatta morta?

– Più o meno.

– Gatta morta col segno più o col segno meno? Perché c’è differenza.

– Se ci tieni a saperlo il segno è quello del più, perché in un anno sei molto cambiata.

– Anche tu sei molto cambiato, che ti credi! 

Lui mi guarda per un po’ senza rispondere, poi addolcendo il tono di voce mi chiede di chiudere gli occhi. Faccio quello che dice anche se sono arrabbiata. Lui riprende a parlare sottovoce: – Immagina che ci siamo appena conosciuti, ti ricordi le sensazioni che provavi?

Il salto nel passato mi spiazza completamente. Sento la rabbia allontanarsi e gli ormoni che si risvegliano in una scarica di adrenalina: – Sì, mi ricordo – dico, cambiando pure io il tono di voce. 

Allora Luca si avvicina all’orecchio e mi sussurra: – Adesso immagina che ci siamo appena conosciuti e siamo dentro il film. 

Apro gli occhi, lui attacca lo stereo con il pezzo di Beethoven, quello del primo incontro tra Tereza e Tomas. La musica ad alto volume basta a dare alla mia cucina l’atmosfera del film. Dopo mi fa alzare in piedi e con voce sensuale ma decisa dice: – Spogliati!

– Secondo te mi dovrei spogliare davanti a uno che ho appena conosciuto?

– Guarda che è per finta, noi stiamo già insieme.

– Stiamo insieme o ci siamo appena conosciuti? Devi essere preciso altrimenti non so come comportarmi.

– Stiamo già insieme, ok?

– Ok – dico dispiaciuta perché mi piaceva la sensazione del primo incontro.

Luca torna allo stereo e mette la musica dall’inizio. Poi mi guarda e dice di nuovo: – Spogliati!

– Eh no, così non ci riesco.

– Cosa c’è adesso? – chiede lui seccato.

– Ti puoi presentare a un film erotico con un pigiama con gli orsacchiotti? 

– Senti chi parla, con la camicia da notte rosa a cuoricini.

– Ma io non sapevo niente del film!

Luca mi lancia uno sguardo di rimprovero prima di far ricominciare la musica. Aspetto che chieda di spogliarmi, ma lui si avvicina e mi toglie i vestiti. Poi apre la credenza e prende la bottiglia in vetro piena d’olio. Gli vorrei chiedere cosa c’entra l’olio nel film, però lascio perdere. 

Luca mi versa un po’ d’olio sulla testa, sono talmente sorpresa che lo lascio fare. Sento l’olio scivolare dai capelli sulla schiena, goccia dopo goccia, e brividi di piacere mentre me lo spalma sul corpo con movimenti lenti e sensuali: sono ipnotizzata dalla sua mano, dal suo profumo che con quello d’oliva mi riempie le narici, dalla musica che sale d’intensità insieme all’eccitazione che mi catapulta dentro al film. Sono diventata Tereza e Luca è il mio Tomas.

A un certo punto lui si ferma e capisco che è arrivato il mio turno di spalmare l’olio. Allungo il braccio verso il tavolo e prendo la bottiglia, ma mi scivola dalla mano unta e mi cade sul piede rompendosi in mille pezzi. Grido per il dolore, mi si annebbia la vista e il resto succede in fretta.

Luca mi stringe il piede con un panno e mi copre per portarmi in braccio alla macchina. Mentre lui guida mi chiedo perché mi sono fatta male, visto che non succede a Tereza nel film, e sono così stordita che non so se è vero o finto quello che sta succedendo, fino a che perdo i sensi. 

Quando mi sveglio sono su un letto e c’è un uomo col camice bianco accanto a Luca. 

– Dove sono? – Chiedo.

– In ospedale, sono il medico che le ha salvato il piede. L’ha portata il suo fidanzato non ricorda? 

– Ho ricordi un po’ confusi… ero in cucina con Luca e stavamo girando un film…

– Un film? – chiede il medico. Poi guarda Luca.

In ospedale ero confusa invece a scuola mi sono tornati in mente tanti dettagli. Per esempio che i punti che mi avevano messo al piede non erano bastati a ricucire il mio rapporto con Luca. Dopo quel film era cambiato tutto. Infatti col piede mi sono ripresa mentre con lui mi sono lasciata. 

Stavo per scrivere le ultime frasi del racconto quando è arrivato il gelato. L’ho guardato con sorpresa perché non avevo mai visto una coppetta di fiordilatte con sopra le alici. Sapevo che Andrea Fassi aveva fatto il gelato pensando al libro di Kundera, ma io non vedevo il collegamento. L’ho dovuto assaggiare per capire. Il fiordilatte con la sua leggerezza si scioglieva subito lasciando un sapore delicato. L’alice, che è più pesante, non ne voleva sapere di andare giù e con la sua scia salmastra portava via il dolce del gelato. Era un alternarsi di pesantezza e leggerezza come nel romanzo. In pratica dovevi trovare l’equilibrio tra i due opposti, che se azzeccavi la quantità di alici e panna allora sì che il gelato era una vera delizia.  

Mentre ero presa da queste riflessioni, una domanda ha cominciato a farsi strada tra i miei pensieri, per poi diventare così assillante da causarmi il terzo accidente: era tutta colpa delle alici? Io e Luca c’eravamo lasciati perché un pesciolino rossiccio aveva avuto la meglio su una montagna di gelato bianco? 

Non ci potevo credere, eppure la verità mi appariva ora in tutta la sua evidenza. Avevamo frainteso il messaggio di Kundera. Invece di usare la leggerezza per far ripartire la nostra storia, avevamo assorbito solo la pesantezza facendo il botto.

La serata non era finita, però non potevo più restare. All’improvviso mi era venuto un attacco di leggerezza e mi sentivo così leggera da non riuscire a stare ferma. Allora ho salutato e sono corsa via. 

Una volta fuori ho preso il cellulare per chiamare Luca. Lui ha risposto subito. Avevo un fiume di cose da dirgli ma non sapevo da dove iniziare dopo tanto tempo, allora gli ho detto quella frase che come un mantra continuava a risuonarmi dentro: – Tutta colpa delle alici!