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Io e Gion

L’alba estiva fa uscire le donne che vanno dai signori a lavorare, a fare le ore, con il motorino, quello con le ruote piccole, quello che suda e spernacchia dallo sforzo.

I “signori” vengono a villeggiare a Santa Marinella e Stefania si presenta puntuale dalla marchesa Roscettini con l’occorrente dentro una borsetta di tela: i guanti usa e getta e quelli di gomma più pesanti per lavori più specifici, un paio di ciabatte tipo infermiera, perché la signora non vuole vedere i piedi nudi, e un asciugamano per darsi una lavatina a lavori ultimati.

Quest’anno c’è una novità, la signora ha deciso che Stefania deve indossare un camice bianco a righine verdi e un grembiule rifinito con pizzo sul davanti che le viene consegnato con un semplice “Bentornata!” appena varcata la soglia.

“Signo’ ma sto camice me fà ancora più grossa e poi ‘sta parannanza è piccoletta pe’ me”

“Non ti lamentare, ti sta così bene, e poi se viene a trovarmi qualche amica sei presentabile”

Non si discute, la marchesa è una snob ma paga bene e Stefania deve aiutare sua sorella vedova e sua nipote che studia, sono loro la sua famiglia; la divisa la farà sudare un po’, metterà solo mutande e reggiseno e tutto si risolve.

Il mese di luglio è passato e la marchesa le ricorda che sabato ci sarà la grande festa per il suo compleanno.

“Quest’anno ho invitato un amico molto famoso, l’ho conosciuto a Los Angeles a casa di Sophia”

“Oddio signò e chi è ‘st’amico suo, lo conosco?”

“Penso di sì è molto famoso: John Travolta”

Stefania porta la mano destra sul cuore e indietreggia di qualche passo bar-collando, apre la bocca e strabuzza gli occhi come un’oca sbigottita.

“Oddio nun ce posso crede, Gion Travolta viene qui, è un sogno che s’avvera signò”

“Se si crea l’occasione te lo farò conoscere”

“O Madonna mia, mo nun dormo fino a quanno nun lo conosco”

Le viene da piangere pensare a lui, ai suoi film, quante emozioni, ecco adesso ripensa pure a quello stronzo di Paolo il bagnino, che le rubava i baci al cinema e lei non chiudeva gli occhi per non perdere nemmeno una virgola del film, ma adesso l’ha lasciato, perché ogni estate è la stessa storia, la tradisce con le romane.

Mentre Stefania torna a casa con il motorino spernacchiante immagina di essere sulla moto insieme a Gion Travolta e di percorrere le strade piene di sole e di palme della California, si sente leggera come una piuma, è il momento tanto atteso, è arrivato tardi ma non è mai troppo tardi, si sa, potrà dire che ha conosciuto Toni Manero e la nipote le chiederà “Manero chi?”. “Come chi? Nun conosci Gion Travolta, poveri sordi mii”.

Alla sua amica Rita, quella che ha studiato, che c’ha il diploma, le chiede di tradurle in inglese una frase, poche parole.

Intanto i giorni che la dividono dall’appuntamento con il suo mito passano velocemente e non bastano, bisogna cercare un vestito, imparare a memoria la frase in inglese e continuare a lavorare e pulire tutto per bene, non sia mai che la marchesa parli male di lei a Gion, non esiste proprio!

“Signò, secondo lei a Gion je piaciono i maritozzi co a panna?”.

“Se vestirà come Denni Zucco o come Toni Manero? Io spero come Toni” ogni volta che chiede di lui sospira, ripensa a quando lo sogna di notte e mette sotto il cuscino il poster che oggi ha tirato fuori, stirato e appeso sopra il letto.

È sabato e tutto è pronto.

“Stefania che ti sei messa sotto il camice? E perché ti sei tolta i sabot? Con quelle scarpe potresti cadere, non farmi scherzi proprio oggi”

“Oddio signò, coi zoccoli der Dotto Sciuz ero ridicola e poi ho messo un vestitino pe’ paura che se vedono le mutanne, era peggio no?”

“Va bene, va bene, adesso vai in cucina e non muoverti da lì”

“Signò, m’ha promesso che me lo presenta, nun se scordi eh”.

Non è ancora riuscita a vederlo, è impaziente, seduta sulla sedia accavalla e scavalla le gambe in modo nervoso, dalla sua posizione intravede il carrello che i camerieri devono portare in sala e sopra c’è un vassoio pieno di maritozzi con la panna, è lì che aspetta che qualcuno lo spinga verso il buffet, ma c’è tempo, non si vede nessuno, ne ha una gran voglia, si alza e sta per arraffarne uno quando un’altra mano, in sincronia con la sua, è sullo stesso maritozzo.

“Sorry”

“Oddio no, è lui”.

In un attimo il poster attaccato sopra il letto prende vita, lo vede ballare, risente la musica quella che ha comprato pure la cassetta con tutta la colonna sonora dei suoi film, è quello che ha sempre sognato, si sente imbambolata e priva di forze, è proprio lui, è vestito come Toni Manero “Lo sapevo io che se vestiva tutto de bianco, quant’è bello”.

“Ai laich”

“Do you like maritozzi con panna? Me too, mmmmh”.

Quel “mmmmh” la fa traballare, i suoi occhi diventano due spilli nel bel mezzo del faccione sorridente.

“Aiemm Stefani, aiemm ioar” con un gesto veloce ma delicato si toglie il camice mettendo in mostra la sua morbida quarta e lancia le scarpe in un angolo della cucina. In sala hanno messo una canzone, sembra fatto apposta, è More than a woman. Sente solo la musica e le vaporose rouches e i volant che ornano i suoi 80 chili, non ha bisogno della marchesa, delle presentazioni, si sente più di una donna, come la canzone e lui capisce; le allunga la mano e lei la prende con disinvoltura, John rimane con la schiena eretta e dondola le gambe ancheggiando dolcemente, lei si fa trasportare dalla musica e lui la fa girare e rigirare sul pavimento della cucina, il vestito rotea come quello di una ballerina in un frenetico flamenco, si sente libera e leggera: “Povero uomen, povero uomen tu miii…” lui la prende ai fianchi e lei si lascia andare in un figurato casquet, John e Stephanie ballano come nel film, poi la musica finisce ma il sogno continua.

Rimette il grembiule e lo invita a sedersi: “Te faccio un coffi?”

“Yes”.

Intanto che aspettano il caffè mangiano un altro maritozzo con la panna e lei parla come se lui capisse, come amici.

“C’hai ‘na moje bella l’ho vista in tivvù, biutiful! Io nun me sposerò mai, no merri! L’omini che conosco non so’ come te” e sospira guardandolo.

“Che succede qui? Stefania come ti permetti di importunare il mio ospite?”

“A signo’ ma che importunà  semo diventati amici, vero John?” lei lo guarda sorridendo e lui le fa un simpatico occhiolino.

La marchesa allora inizia a battere le mani in modo frenetico come quando la zia di Stefania scaccia le galline dall’orto:

“Corri vai a pulire in sala che hanno fatto cadere lo Champagne!”

“Oddio signò, proprio adesso? Perché nun ce manna la filippina? er caffè sta’ veni’ su. La vole pure lei ‘na tazzina de caffè?”.

“No, vai subito e rimettiti le scarpe, sei proprio una barbara, non ti vergogni davanti a lui?”

La frase detta a voce alta rimbomba al rallentatore nella mente di Stefania, non aveva mai dato peso alle parole offensive che la marchesa le propina ogni giorno ma adesso è diverso, la sta umiliando davanti al suo mito, allora succede quello che non ti aspetti, è una questione di percezione uditiva, John Travolta non ha bisogno della traduzione, si avvicina a Stefania e le mette un braccio intorno alle spalle, guarda la marchesa e le dice forse l’unica parola italiana che conosce:

“Stronza!”.

Il suo cavaliere bianco l’ha difesa, Stefania gli prende la mano calda e robusta e lo guarda dritto negli occhi:

“Voi veni’ a mare co’ me? Ti porto col motorino”.

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