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DFW il mio maestro di scrittura creativa

Quando si parla delle scuole di scrittura e degli insegnanti di scrittura creativa, talvolta non ci si rende conto che ormai moltissimi degli scrittori contemporanei, anche i più bravi e geniali, hanno condotto dei corsi. Ognuno di questi scrittori ovviamente – se lo ha fatto – pensa che sia possibile trasmettere l’arte della narrazione letteraria, oppure ha semplicemente tradito il proprio talento e le aspettative dei suoi allievi – e in questo caso si tratterebbe di un truffatore, come ce ne sono tanti in tutte le professioni e soprattutto nelle arti. Questo dovrebbe azzittire una volta per tutte chi ripete in modo ottuso che le scuole non servono, che i veri scrittori non vanno a scuola di scrittura e così via.

Uno degli scrittori più bravi e più amati della sua generazione, davvero una specie di icona, che come è successo a molti altri talenti in varie discipline ha concluso velocemente la sua parabola bruciandosi alla fiamma della propria genialità, è stato David Foster Wallace. Ed è con una certa emozione che qualche tempo fa ho letto sul “The Guardian” un articolo scritto da un suo allievo, lo scrittore californiano Mac Barnett, intitolato semplicemente David Foster Wallace, my teacher.

“Ho un po’ paura a scrivere del mio maestro, David Foster Wallace” così cominciava l’articolo, “perché lui è stato importante per me e non voglio fare casini. Avevo paura anche quando ho cominciato a seguire i suoi corsi al Pomona College, per lo stesso motivo”.

Il corso di Wallace somigliava ai laboratori di scrittura di tutto il mondo. Prima di cominciare facevi un colloquio, e se eri uno studente alle prime armi tremavi dalla paura di non farcela. Gli studenti dovevano sottoporre un racconto breve e Mac Barnett aveva le solite paure che abbiamo avuto tutti: “Pensavo che sarei stato respinto e non sarei mai diventato uno scrittore”. 

In più Mac era un fan di Wallace: “Brevi interviste con uomini schifosi è stato il mio primo incontro con la narrativa sperimentale. Mi ha fatto letteralmente schizzare. A 18 anni ero un ragazzetto presuntuoso che non era stato colpito da una storia da quando era bambino, però dal momento in cui ho cominciato a rendermi conto che per leggere questi racconti c’era bisogno che mi impegnassi davvero molto, ma che poi avrei avuto la mia ricompensa come lettore, allora ho cominciato a considerare la narrativa in un altro modo”. 

Poi finalmente avvenne che il fan si ritrovò di fronte al suo idolo. “Ed eccomi nel suo studio. Gli chiesi se c’era qualcosa che avrei dovuto sapere prima di proporre il mio testo di prova, e lui rispose che le istruzioni nel programma del corso erano chiare (e lo erano. Tutto quello che scriveva lo era. Wallace parlava, mandava mail, e descriveva i corsi nello stesso stile preciso della sua famosa narrativa)”.

Ma cosa richiedeva prima di tutto il famoso scrittore sperimentale? La correttezza ortografica: “Assicurati di aver controllato per bene refusi ed errori. Più di una volta”.

Tutti sanno che Wallace era ossessionato dall’uso corretto della lingua inglese e lo dimostrava nelle sue lezioni. Solo che al posto della parola errore, secondo Mac Barnett, “usava una parola che penso non si possa stampare in un giornale britannico”.

La sua precisione non era solo formale, non si trattava di semplice nozionismo, la sua accuratezza era etica. “Penso che Wallace sia universalmente riconosciuto come un autore morale – visto che molti dei suoi testi esplorano non solo cosa significa essere umani, ma anche come essere umani buoni – ma era pure un autore etico. Parlava sempre delle responsabilità dello scrittore: la responsabilità di essere chiaro, la responsabilità di essere interessante. Poiché l’opera di Wallace poteva essere difficile, poiché richiedeva un grande impegno al lettore, voleva essere sicuro che anche lui stesse svolgendo per bene il proprio compito, dicendo esattamente ciò che intendeva dire, in un modo che fosse coinvolgente”.

Ma l’insegnamento più prezioso di Wallace per molti scrittori alle prime armi è forse quello che Mac Barnett ha trascritto nel suo diario: “Se quello che stai dicendo interessa più te di chi ti ascolta, allora sei l’esempio perfetto della persona noiosa”.